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Intervista a Michael Beinhorn: Taste The Pain - The Making Of Mother's Milk

23 Aprile 2026

Introduzione

Dopo la nostra intervista di otto anni fa (che presto ripristineremo su questi lidi ripescando dai nostri archivi per farvela leggere), Michael Beinhorn torna ai microfoni di VeniceQueen.it. E lo fa dando un senso a quel titolo che associammo all’elaborato del tempo: “MICHAEL BEINHORN E I RED HOT: UN RECIPROCO TRAMPOLINO DI LANCIO”. Così è stato e così sarà: il produttore, dopo 40 anni dalle storiche collaborazioni con i Red Hot Chili Peppers, apre il cassetto dei ricordi per mettere nero su bianco un periodo stupendo ma turbolento, fragile ma rivoluzionario. Nasce così Taste The Pain: The Making Of Red Hot Chili Peppers’ Mother’s Milk, un libro di poco meno di 100 pagine pubblicato il 16 Aprile per Spitfire Music, per adesso disponibile solo in lingua inglese sullo store US di Amazon (trovate il link verso la fine dell’intervista). Là sul capolinea degli Anni ’80, proprio dove tutto poteva finire dopo la tragica morte di Hillel Slovak, Beinhorn rappresenta per la band un’àncora di salvezza, una luce che porta Kiedis e compagni verso la fine del tunnel.

La missione è compiuta, perchè poi quel pacchetto pronto, invicibile e temprato verrà consegnato al buon Rick Rubin, che non potrà fare a meno di raccoglierne l’eredità e trasformarla in consacrazione definitiva: Blood Sugar Sex Magik (1991). Mother’s Milk (1989) è questo. Uno slancio verso universi funk-metal, nato dalle ceneri della perduta fratellanza del post The Uplift Mofo Party Plan (1987), plasmato dalla genialità di John Frusciante e la veemenza di Chad Smith. Il tutto si traduce in un atto di pura resistenza, dopo le cadute dovute alle dipendenze, e in un amore profondo per la vita e la musica che profuma di ri-nascita: in una scena losangelina sempre più cucita e fotografata addosso al petto della band a forma di asterisco, non possiamo non dire che in quegli anni Beinhorn è stato il vero capitano dei “vecchi” e “nuovi” RHCP al tempo stesso.

Intervista

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Hai deciso di raccontare Mother’s Milk in un libro: cosa ti ha spinto a tornare così in profondità su quell’album a distanza di quasi 40 anni?

MICHAEL BEINHORN

Ci sono state molte ragioni che mi hanno spinto a scrivere un libro su Mother’s Milk. In primo luogo, è stata un’esperienza estremamente intensa e sentivo il bisogno di tirare fuori dal mio sistema il racconto della realizzazione del disco e di tutto il dramma che ne è seguito. È stato un album (e un periodo) fondamentale per me, perché ha rappresentato il mio primo vero successo come produttore indipendente. Col tempo, ho notato che tra quasi tutti i dischi della band, questo era quello di cui non volevano parlare o che non volevano nemmeno riconoscere; eppure, è stato il loro primo vero successo, oltre a essere il viaggio inaugurale della band nella sua formazione attuale. Inoltre, ho notato che il gruppo aveva inventato una propria narrazione e versioni personali di alcuni incidenti avvenuti durante la creazione del disco: volevo sfatare alcune di queste versioni o, quanto meno, assicurarmi di inserire il mio racconto nel dibattito.

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Il tuo libro sarà più incentrato sul percorso musicale della band, sui tecnicismi dello studio di produzione, sui rapporti umani o sull’aspetto emozionale/nostalgico di tutta l’esperienza che hai vissuto?

MICHAEL BEINHORN

Il mio libro rientra esattamente nella seconda categoria: si concentra molto sulla personalità dei membri della band come individui, sui nostri rapporti (dal mio punto di vista), sulla mia vita e sul mio stato d’animo di allora e su molte cose accadute lungo il percorso. È interessante perché, dopo 40 anni, queste sono le cose rimaste impresse nella mia mente, mentre gli aspetti tecnici della registrazione (che pure sono presenti nel libro) per me sono meno importanti.

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È un racconto in prima persona o hai preferito essere una voce narrante per osservare e raccontare con distacco, a distanza di anni, quello che hai vissuto assieme alla band?

MICHAEL BEINHORN

Sicuramente in prima persona. Come ho accennato, è stato un processo molto intenso ed emotivo, e volevo davvero presentare la storia in questo modo, affinché risultasse più tangibile e avesse un impatto maggiore.

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Sai dirci se il libro verrà tradotto in più lingue e, quando e se, arriverà anche in Italia? Sarà disponibile in formato cartaceo e/o anche in versione e-book?

MICHAEL BEINHORN

Sono sicuro che col tempo probabilmente verrà tradotto, anche se per ora sarà disponibile solo in inglese.

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Se potessi teletrasportarti indietro alle sessioni di The Uplift Mofo Party Plan o Mother’s Milk anche solo per un giorno, quale momento specifico vorresti rivivere?

MICHAEL BEINHORN

È una domanda fantastica. Per prima cosa, non credo che vorrei rivivere davvero la realizzazione di nessuno dei due dischi, semplicemente perché le circostanze intorno a entrambi erano così difficili e complicate. Detto questo, è stato meraviglioso quando abbiamo iniziato a lavorare a UMPP: la band era così felice di avere finalmente l’occasione di iniziare a registrare che letteralmente rimbalzavano sui muri e correvano in giro come bambini in un parco giochi. Inoltre, quando John ha iniziato a registrare le sue parti di chitarra per Mother’s Milk, non avevo mai visto nessuno così entusiasta di essere in uno studio di registrazione. Era felicissimo, si capiva che era nato per quel momento.

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C’è un episodio non raccontato, divertente o particolarmente intenso del libro che saresti disposto ad anticiparci adesso?

MICHAEL BEINHORN

Wow, ce ne sono davvero tanti. Per qualche motivo, mi viene in mente un ricordo di due concerti a cui sono andato con John: Fishbone/Public Enemy in un locale a Hollywood e i Metallica in un luogo più grande. Non avevo idea di chi fossero i Metallica (e non sono sicuro che lo sapesse nemmeno John), solo che erano molto popolari. Credo che siamo rimasti per qualche canzone e poi ce ne siamo andati perché eravamo annoiati. Per quanto riguarda l’altro concerto, tutto stava andando bene finché non sono saliti sul palco i Public Enemy con delle Uzi finte. Nel giro di pochi minuti, tre persone erano state accoltellate (due molto vicino a noi) e il concerto è stato interrotto.

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Dal punto di vista produttivo, qual è stata la sfida più grande durante la realizzazione di Mother’s Milk?

MICHAEL BEINHORN

Beh, ce ne furono così tante, non sono sicuro di quale possa essere stata la più formidabile! Credo che perdere Hillel e Jack Irons in una settimana e lasciare la band a metà della sua forza, abbandonando la nave senza un remo né un timone, sia stata una delle più toste. Faceva parte del loro processo di crescita ma a quel tempo, fu davvero dura da affrontare.

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Se dovessi scegliere una traccia che rappresenti al meglio lo spirito dell’album, quale sarebbe e perchè? È anche la tua traccia preferita?

MICHAEL BEINHORN

È difficile per me rispondere a questa domanda perchè avendo vissuto il progetto, lo vedo come un corpo unico di lavoro, piuttosto che come tracce individuali. Detto questo, andrei probabilmente su “Knock Me Down” (che è anche una delle mie preferite) e “Pretty Little Ditty”. La prima perchè penso che racchiuda una certa innocenza e vulnerabilità che la band aveva, alla stregua della loro energia magica. Mi sembra inoltre che sia il punto di partenza che presentò in tutto e per tutto le abilità da compositore di John. Quanto alla seconda, è più una sorta di pecora nera, ma fa uscire fuori in modo appropriato l’eclettismo della band. Voglio dire, quale altra band di quel periodo avrebbe potuto anche solo scrivere una canzone come quella, figuriamoci inserirla nel loro disco? Chiaramente, la canzone ebbe un effetto abbastanza forte, dal momento che venne campionata per la traccia di qualcun altro e divenne un successone.

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A questo punto siamo davvero curiosi di sapere se hai in programma altri progetti retrospettivi riguardo i RHCP: ad esempio, non ti piacerebbe scrivere un secondo libro su The Uplift Mofo Party Plan, oppure lavorare alla ristampa di uno o entrambi gli album?

MICHAEL BEINHORN

Non sono nella posizione di stabilire se e quando un qualsiasi album dei Chili Peppers verrà ristampato. Detto ciò, penso che sarebbe divertente ascoltare MM per come era stato concepito in origine. Riguardo a un altro libro, ne ho scritto uno su UMPP, ma purtroppo non posso ancora terminarlo o pubblicarlo per motivi legali.

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Quant’è stato importante per la band, e più in generale per la musica di quegli anni, che ci sia stato un Mother’s Milk prima di un Blood Sugar Sex Magik? Pensi che senza il primo non sarebbe esistito il secondo?

MICHAEL BEINHORN

Bhe, devi tenere conto che BSSM non esisterebbe senza MM perchè è il primo album fatto da loro quattro. Il primo passo che hanno fatto insieme, è stato un cambiamento significativo rispetto al lavoro precedente, e il loro primo vero successo (è stato il loro trampolino di lancio), ha aperto la strada a tutto quello che è venuto dopo. Quando una band passa da avere un album che vende forse 30mila copie a raddoppiarle e poi a raggiungere un milione di vendite inizi ad avere una traiettoria (relativa al costante aumento delle vendite ad ogni nuova uscita discografica) che fa pensare bene per il futuro e questo è ciò che le case discografiche sognano. Creativamente parlando, il successo di MM ha dato ai Chili Peppers più spazio creativo in cui potersi muovere e di evolversi in tutti i modi possibili. Quindi sì, penso sia abbastanza ovvio che BSSM non sarebbe esistito senza MM.

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Guardando l’evoluzione dei RHCP, cosa pensi sia rimasto invariato della loro identità dal 1989 ad oggi? Pensi che il grande successo commerciale abbia arricchito o limitato la loro libertà artistica?

MICHAEL BEINHORN

È difficile per me rispondere a questa domanda perché non sono più in contatto con la band da allora, né personalmente né musicalmente. A giudicare dalla musica che ho ascoltato, si sono evoluti drasticamente come musicisti e come autori, tuttavia, una delle cose che caratterizzava i dischi su cui abbiamo lavorato insieme era una certa selvatichezza, un abbandono sconsiderato. C’era anche un profondo senso di fratellanza che permeava la loro musica in UMPP, qualcosa che non sento in nessun altro loro disco e che, a mio parere, distingue quell’album dagli altri. I Red Hot Chili Peppers erano i portabandiera della loro scena a Los Angeles, ma hanno anche definito un aspetto della controcultura losangelina e, per me, questo rende UMPP una vera e propria capsula del tempo, oltre che un album. MM è stato diverso: per quella registrazione, avevano due nuovi membri; la fratellanza era sparita, ma ora c’era una sensibilità completamente diversa. Credo che John e Chad abbiano portato un certo contenimento all’energia frenetica, contribuendo a focalizzarla e affinarla. Per quanto ne so di BSSM, è un’estrapolazione artistica di ciò che erano i Red Hot Chili Peppers quando lavoravo con loro, ed è di altissimo livello. Col passare del tempo, penso che in un certo senso siano stati limitati dal loro successo, ma in altri modi, questo li ha sicuramente arricchiti.

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Qual è la tua opinione sul songwriting dei Red Hot Chili Peppers negli ultimi decenni? Quali aspetti della produzione dei loro album più famosi ammiri maggiormente e c’è qualcosa che avresti gestito diversamente se fossi stato al mixer? Ti piacerebbe collaborare con la band oggi?

MICHAEL BEINHORN

Come ho già detto, credo che la loro capacità di comporre canzoni sia maturata enormemente. Non posso sottolineare abbastanza quanto questo sia, a mio avviso, il risultato diretto della presenza di John nella band. La sua conoscenza della struttura musicale e la sua sensibilità hanno influenzato e trasformato completamente il gruppo a livello sistemico. Questa è una band che ha avuto più chitarristi di qualsiasi altra che mi venga in mente, quindi ci sono molti esempi di quanto John sia stato importante in particolare per questo aspetto, dai loro primi dischi prima del suo arrivo, a quelli successivi in cui John è stato sostituito. Per quanto riguarda la produzione, penso che i loro dischi suonino bene e che i professionisti che Rick ingaggia per realizzarli siano dei maestri eccezionali. Date le mie inclinazioni e il mio approccio alla produzione, avrei realizzato dischi molto diversi con i Red Hot Chili Peppers, ma questo probabilmente riguarda principalmente l’estetica e il carattere sonoro generale. È difficile dire che differenza ci sarebbe stata a livello di canzoni o di arrangiamenti. Non è assolutamente una critica, è solo che il mio approccio alla produzione musicale è diverso da quello di Rick [Rubin, nde]. Per quanto riguarda la collaborazione con la band ora rispetto a prima, è altrettanto difficile da dire. Siamo tutti cambiati come persone e cresciuti in molti modi. Non li conosco più e non saprei dire come sarebbe lavorare con loro.

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Cosa ti è passato per la mente quando John è tornato nella band? Hai avuto modo di ascoltare gli ultimi due album e cosa ne pensi?

MICHAEL BEINHORN

Credo che i Red Hot Chili Peppers siano sempre stati più forti con John nella band, quindi naturalmente mi sono sentito bene quando ho saputo del suo ritorno. Penso anche che la band sia un punto di riferimento importante per lui per quanto riguarda la sua salute mentale, quindi questo è un ulteriore aspetto positivo. Ho ascoltato solo una o due canzoni dei loro ultimi due album e non mi hanno colpito particolarmente. Anzi, ho avuto la sensazione che parte della forza trainante della band si sia affievolita, ma ripeto, mi baso solo sull’ascolto di poche canzoni. Inoltre, il mio giudizio sulla band è influenzato dalla mia esperienza precedente con loro. Giudicherò sempre quello che fanno ora confrontandolo con quello che erano al loro apice, che io lo voglia o no.

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Quale consiglio daresti ai giovani produttori e musicisti che stanno lottando per definire la propria identità artistica?

MICHAEL BEINHORN

Il mio consiglio sarebbe proprio questo: impegnatevi a fondo per forgiare la vostra identità artistica. Per esperienza, questo si ottiene attraverso una profonda autoanalisi e un’attenta riflessione sulle proprie intenzioni. Cosa sto facendo e perché? Cosa mi distingue dagli altri produttori che operano nello stesso settore? Oltre a questo, c’è l’ovvio: essere estremamente astuti, cercare lavoro ovunque sia possibile e utilizzare ogni progetto per manifestare le qualità che si desidera esprimere, permettendo al contempo al lavoro dell’artista di brillare e prosperare. Questa è l’essenza della collaborazione e, per esperienza, è ciò che fa un buon produttore musicale.

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La community italiana dei Red Hot Chili Peppers è tra le più appassionate al mondo: hai un messaggio che vorresti condividere con i fan italiani?

MICHAEL BEINHORN

Naturalmente, il mio messaggio sarebbe quello di ringraziare ognuno di voi per il supporto che avete dato ai Red Hot Chili Peppers e alle registrazioni che abbiamo realizzato insieme. Ci abbiamo messo tanto impegno e spero che vi abbiano portato un po’ di gioia. Spero anche che apprezziate i libri che ho scritto su di loro.

Crediti

Introduzione a cura di Alberto Rossi
Intervista a cura di Alberto Rossi e Stefano D’Apolito
Traduzione a cura di Gianmarco Minossi, Stefano D’Apolito, Francesco Generale, Francesco Colinucci, Miriam Mechelli
Revisione e pubblicazione a cura di Alberto Rossi