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Josh Klinghoffer: torna a parlare dei suoi 10 anni nei Red Hot Chili Peppers

Recentemente intervistato in video streaming da Noise Gate, Josh Klinghoffer è tornato a parlare della sua esperienza nei Red Hot Chili Peppers e del suo progetto solista Pluralone. stoppato nella sua attività live dall’emergenza sanitaria mondiale ormai iniziata quasi un anno fa.

Ricordando appunto il suo passato nei Chili Peppers, Klinghoffer ha affermato sul processo creativo:

Con la band sono sempre stato libero di creare le cose che volevo, era una specie di divertente libertà. Che piaccia o meno, quando entri in un gruppo che è già affermato, esiste già una certa e collaudata formula affinche’ le cose vadano sempre bene. Sia io che Flea avevamo la stessa libertà di creare, ma non era sempre possibile realizzare le cose che volevamo…dopo tutto la band è quello che è, e le persone sono quelle che sono. Vi sono sempre forze diverse da combattere in un gruppo.
Nessuno mi ha mai imposto delle regole creative, ma è capitato a volte che sia io che Flea abbiamo creato cose che andavano oltre alla tavolozza sonora della band, ma non sempre si è potuto concretizzare in una canzone.

Klinghoffer è anche tornato a parlare del suo rapporto con i fan quando entrò nella band nel 2009, delle pressioni e delle aspettative.

In realtà le uniche pressioni che sentivo venivano da me stesso, perchè sono il più purista dei fan. Volevo far suonare la band come una versione che fosse più collegata col quello che erano in passato.
Non ho mai prestato attenzione a ciò che dicevano i fan, anche perchè molti dicevano cose orribili, ma allo stesso tempo c’è anche chi mi ha sempre sostenuto.
Alla fine della giornata però, non credo che l’opinione dei fan sia la cose che dovresti cercare quando stai creando qualcosa.
Quindi, se ho sentito pressione, è stato solo perchè è venuta da me: il mio obbiettivo era raggiungere lo stesso livello che aveva la band prima del mio arrivo.

Infine, Klinghoffer si lascia andare ad una personale considerazione sulla crescita creativa di Anthony Kiedis.

Non penso che il sound della band sia cresciuto tanto quanto Anthony è cresciuto come cantante e scrittore. Il fatto che comunichi delle emozioni mantiene la musica viva e sofisticata. Posso ascoltare le canzoni dei due dischi fatti con me in maniera disconnessa e penso che “Ethiopia” sia una delle canzoni più belle che la band abbia mai fatto. So che ci sono dei fan a cui piacciono certe canzoni ma anche altri che non ci vedono un grande significato culturale, ma se la gente smettesse di ascoltare superficialmente Anthony capirebbe che lui è la ragione per cui la band è ancora viva e continua ad attirare nuovi fan. Mi sento anche un po’ “benedetto” per aver potuto lavorare con lui per 10 anni. Sono tutte persone uniche e incredibili. Essere in grado di poter stare insieme a persone interessanti e interessate è una cosa indescrivibile ancor di più se in una band con un grande impatto culturale. Non posso esserne più grato, vorrei che tutti potessero avere un’opportunità del genere.