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Dot Hacker - How's Your Process? - Work EP [2014]

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01_Hows_Your_Process_Work_150x150Arrivato oramai a metà del secondo decennio di questo secolo, è difficile pensare a trovare mediatiche che non siano mai state adottate in passato. I Dot Hacker si presentano con questa curiosa idea di 'rateizzare' il loro lavoro in due EP a distanza di tre mesi l'uno dall'altro (Work e Play). L'effetto che mi ha lasciato tale iniziativa è simile a quello di assistere ad una partita di calcio, ed è metaforicamente come recensirò la loro opera. Josh Klinghoffer è un giovane calciatore che ha fatto la panchina di diversi club abbastanza importanti (PJ Harvey, Beck e Butthole Surfers), mentre era sotto l'ala protettiva dell'allenatore/giocatore John Frusciante, che gli ha fatto anche fare le ossa nella sua squadra per qualche anno. Improvvisamente viene convocato per la nazionale maggiore per qualche partitella (i Red Hot Chili Peppers del 2007 in pieno Stadium Arcadium tour), nel frattempo ha finalmente la sua occasione di giocare in una squadra tutta sua: i Dot Hacker sono la squadra neopromossa che crede nelle sue potenzialità, lo lascia giocare libero e titolare con continuità.  Contemporaneamente, quella nazionale che l'aveva chiamato per un ritiro, lo convoca stavolta per un posto da titolare. Di botto. Bisogna sostituire il centravanti tanto amato dal pubblico, un capitano da un bel po' di reti nei mondiali. Josh esordisce nel 2011 con una squadra che è abbastanza rimasta ai vecchi schemi che usava con Frusciante e discretamente appagata dai trofei già conquistati in passato. Varia lievemente il modulo (turnisti), ma restano un po' prevedibili in campo. Non c'è più Frusciante a segnare da fuori area al novantesimo, mascherando alcuni difetti della squadra, no. Anche perché Josh è un 'giocatore' diverso, in quella posizione ci gioca più perché adattato a farlo che per volontà sua. E non è quell'atleta da assolo personale, dei goal spettacolari che ti rivedi il giorno dopo su YouTube. Però, se guardi la partita dall'inizio alla fine, lo vedi presente e sopratutto si impegna. Nel frattempo nei suoi Dot Hacker segna e fa segnare durante il loro primo campionato assieme. La buona prova fa sperare i supporters, che però iniziano a vederlo giocare meno, perché sempre inpegnato con la nazionale.  Non di rado essa restituisce il calciatore in questione infortunato (e questa è poco metaforica) o troppo stanco. Così da dover slittare il ritorno in campo con i Dot Hacker fino ad oggi. Nel primo tempo di questo albu..ehm 'partita' (Work), Josh mostra di aver incrementato il suo bagaglio tecnico, confermando il suo stile alternative alla Radiohead imbevuto di shoegaze, dilatando maggiormente i brani. Insomma, chi lo accusa di solito di essere troppo 'dribblomane' in area di rigore, continuerà a farlo anche qui. Di certo però il loro modo di giocare resta piuttosto originale rispetto alle squadre del settore (hanno una batteria più curata di almeno l'80% dei colleghi, "Aim" è una ruvida carezza). I ritmi restano un po' ipnotici e raramente letargici, la squadra fraseggia molto sull'asse di un giro di chitarra verso un incisivo drumming, emulando qualche giocata nota ai tifosi ("First In Forever" è la "Discotheque" di questo disco). Nella metà del primo tempo scorgiamo il miglior forcing offensivo: prima il gustoso riff stile Ataxia ("Floating up the Stairs") e poi la zampata vincente di "Elevator": combinazione vincente, portata da un crescendo emotivo strumentale che fornisce un assist per la melodia eterea ed insacca sotto al sette una rete quasi sensuale. Di quelle che il portiere accetta con fare ineluttabile senza incazzarsi con la difesa per essersi fatta cogliere impreparata. La curva festeggia questa giocata di Josh mentre lui si fa ammonire dopo aver perso palla leziosamente su "Whatever you Want" (paradossalmente,  il singolo è quello che risulta banale e cestinabile), che era partita come un fraseggio confuso e termina con un outro raffazzonato. "Sermon of Sort" fa chiudere questa prima parentesi di gioco un po' come la fine del disco precedente, in delicate trame lisergiche, dove la tastiera gestisce con sicurezza la palla fino al fischio dell'arbitro. I Dot Hacker portano negli spogliatoi un vantaggio accompagnato da un buon gioco, però vagamente inferiore alla 'partita' precedente. Forse perché è svanito il fattore sorpresa, o magari è solo una tattica per risparmiare le energie prima di una ripresa scoppiettante. È ciò che ci si augura, oltre a sperare che ci sia qualche rappresentante della nazionale sugli spalti a prendere nota dell'incontro. Giusto per non sprecare un talento che dovrebbe essere lasciato più libero anche quando gioca nell'altra formazione. Perché, se non rende lui, in panchina rischia di rimanerci l'intera squadra. Ora linea alla regia per lo stacco pubblicitario e poi torniamo tra poco per il secondo tempo (Play).
Gidan Razorblade
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