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I'm Beside You [2013]

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Le b-sides, nei RHCP, hanno sempre raffigurato un'arma vincente. Il premio nascosto di cui solo i ‘veri’ fans potevano fregiarsi, inseguendole tra singoli e soundtracks/tributi di dubbio gusto. In cunicoli di remastered o inaccessibili bonus tracks per chissà quale sperduto mercato esterofilo. Di acqua ne è passata tanta sotto i ponti, la marea dei ricordi si è portata via anche un chitarrista (che forse è l'elemento di discussione più dibattuto persino della stessa musica che i Peperoncini stanno creando nel presente); così nel 2012/2013 ci siamo trovati di fronte al primo esperimento onnicomprensivo di b-sides di un’intera session, tutta in un unico package decisamente costoso (50/70 Euro per il pacchetto di nove 45 giri, a seconda delle modalità di acquisto/spedizione). Vinili e formati digitali, non c'è spazio per il formato intermedio a quanto pare, release mensili diluite in circa un anno che, ci han consegnato 17 inediti un po' a singhiozzo tra ritardi, leak e annunci.

Dopo un anno e mezzo, in occasione del Record Store Day (questa volta associato al Black Friday del 29 Novembre 2013 che apre ufficialmente le danze ai saldi pre-natalizi nel mondo anglosassone), i 17 inediti vengono finalmente raccolti in un doppio vinile.

La decisione di accorpare tutto il materiale per un’ulteriore ri-pubblicazione non sembra esattamente la scelta commerciale più adeguata: se da una parte è utile a far risparmiare un bel po' di soldi ai completisti che non hanno attraversato la soglia del collezionismo (stiamo parlando di un 15/16 Euro contro quanto detto poco sopra per le nove pubblicazioni in 45 giri), dall’altra avvicina la raccolta verso l'idea di un ‘album mancato’, un po' come fu nel 2004.

«Che recensione sarebbe venuta fuori da un disco simile?» me lo sono chiesto giorni fa, la risposta è ovviamente articolata. I'm Beside You è probabilmente il disco più melodico mai uscito (in tutti i sensi) dagli strumenti del quartetto americano. In netta controtendenza con il suo predecessore, sembra che il mixaggio voglia restituire ciò che I’m With You aveva tolto all'esordiente Josh: il volume. Non in un processo effettivamente paritario però, perché si è passati al problema opposto: Flea troppo spesso annega tra sovraincisioni chitarristiche e il groove finisce per perdersi, tranne in rare occasioni (i buoni spunti di "Victorian Machinery" che, pur ricordando l'alternarsi umorale di "Savior", non ne replica l'analoga naturalezza in termini di songwriting).

Bernie Grundman ha provato a metterci una pezza con un nuovo mastering per questa riedizione del 29 Novembre, ma i benefici non sono stati così palesi (purtroppo). Non è solo questione di dinamiche studio, lo stesso Chad Smith si mostra un po' troppo lineare, sopratutto nelle ballad. E queste ultime sono molte, troppe. Per una gradevole "Never Is a Long Time", arrivano una manciata di tentativi di romanticismo bythewayano senza il brivido che ti possa condurre alla fine del pezzo ("Magpies On Fire", "Love Of Your Life", "Pink As Floyd"). Mancano i climax, a volte persino le melodie sembrano essere accennate come se fossero ancora cullate dalla calma di una sala prove e ancora da rifinire. L'impressione, che emergeva anche nel disco del 2011, è che i Red Hot siano più credibili quando provano nuove strade senza ancorarsi con nostalgia al passato che li ha resi famosi. In questa ottica rientra la strascicante e quasi sabbathica "Your Eyes Girl" e il power-pop (che in passato era stato accennato solo in "Fortune Faded") energico e asciutto di "Long Progression", tale da rendere quest’ultimo il miglior brano del lotto.

"Long Progression" venne furbescamente presentato come primo singolo della proposta, quando uscì il cofanetto, al pari di come ti giochi il vino più elegante che hai in cantina all’inizio di una cena importante, per poi proseguire con qualcosa meno da enoteca e più da supermercato.

Magari aggiungendoci anche dell'acqua, come accade metaforicamente nella jam da ben 8 minuti di "In Love, Dying": celebre intermezzo provato in continuazione nei live del tour, per poi precipitare in un mare ciclico di ripetizioni ‘da non-canzone’ in sala di registrazione (il brano è stato diviso su lato A e B forse appunto per ‘spezzarne’ un po’ il ritmo?). Il tutto quando gli invitati sono già un po' brilli ("In Love, Dying" è la sesta pubblicazione dei nove 45 giri).

Non sarebbero outtakes se mancassero i tipici episodi totalmente a sé, che ci mostrano la band in veste lontana da quella che siamo soliti vedere, e che probabilmente non avranno mai reali seguiti in carriera come "Open/Close" (in questo caso aggiungerei un «per fortuna»), il buffo giro classico country/westerniano di "Hometown Gypsy" o le atmosfere quasi grunge/stoneriane della desertica "Brave From Afar", essa facente parte all'ultima trance dei tre singoli pluri-rinviati nei mesi e probabilmente dalla media qualitativa più dignitosa rispetto al resto.

Probabilmente la band in quelle settimane ‘di ritardo’ ha raccolto feedback sul materiale già uscito o semplicemente ha preso le cose con calma, rilasciando altri piacevoli brani catchy ("How It Ends" e la sottovalutata "Catch My Death", a cui manca solo un buon bridge) e l'ultimo rimasuglio vagamente funky dal barile ("This Is The Kitt").

Chiariamoci: nonostante gli spunti e qualche picco, non siamo vicini alla media qualitativa dei lati B usciti in passato, ma non è questione di una mera nostalgia del passato («quando c'era lui, le chitarre arrivavano in orario» si potrebbe dire). Bensì anche e sopratutto di opportunità commerciali: la maggior parte dei pezzi esclusi fino al 2006 spesso era ultimata nelle stesse session del disco e poi scartata perché magari non affine al mood dell'album (o semplicemente perché i Peppers da Californication in poi hanno sviluppato una idea di tracklist degli album un po'  ‘impopolare’, come tante altre mainstream band).
Mentre a questo giro si ha l'impressione che buona parte dei brani sia nata proprio per questa iniziativa discografica a sé e che, quindi, si sia preso un buon spunto (un riff, una melodia o un giro di basso) per poi costruirci la canzone intorno ad esso. Portando, in diversi casi, a ritornelli totalmente slegati dal resto. A prescindere che il pezzo sia interessante ("Strange Man") o da buttare già dal principio ("Hanalei", si salva solo il cantato di Josh). Dei collage su pentagrammi.

Il fan a questo punto può dividersi tra due scelte: acquistare questo economico tomo onnicomprensivo nel caso si fosse volontariamente perso l'iniziativa precedente, oppure attendere il Santo Graal (ovvero il celebre box di cd con tutte le b-sides, che noi fan attendiamo da secoli e che probabilmente aspetteremo per altrettanti).
Chi vi scrive ha optato per la prima scelta. Ma, considerando la natura limited edition di questa release, è impossibile dirottare il futuro verso la seconda scelta (aka: se doveste cambiare idea lo rivenderete come il pane, facendoci su pure una plusvalenza).

In attesa che il Sudamerica, dopo la mini-leg di concerti prevista per la primavera del 2014, ci restituisca i nostri eroi e che inizino finalmente a scrivere l'album che sarà la vera prova del nove di questa nuova line-up.

Gidan Razorblade

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