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Home Recensioni Recensioni Red Hot Chili Peppers - Live 2012-07-07 RHCP Live @ Rock in Rio Madrid 2012, Arganda del Rey, Madrid (Spagna)

2012-07-07 RHCP Live @ Rock in Rio Madrid 2012, Arganda del Rey, Madrid (Spagna)

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0027! Come il progressivo che assegno a questo personale live a cui ho appena assistito in materia peppersiana. 7! Come i chitarristi che prima dell’attuale Josh Klinghoffer hanno calcato il suolo (sempre un po’ traballante) di questa band.
7! Come gli anni trascorsi dall’ultima maratona discografica di frusciantiana fattura e che i nostri si apprestano a sfidare con la sfornata di 18 singoli in poco più di 6 mesi.
Un po’ di matematica applicata alla passione non fa mai male. Soprattutto quando anno dopo anno, concerto dopo concerto ti ritrovi a dire ‘uno in più’, mostrando con cauto orgoglio un sorriso compiaciuto al mondo intero.
Un sorriso che questa volta supera di gran lunga ogni aspettativa, di chi ha vissuto la musica dal vivo, nella sua più perfetta concezione attualmente immaginabile, e se n’è tornato a casa come se fosse appena tornato dalla Luna. La Città del Rock, appositamente costruita, è un’oasi nel bel mezzo della desertica (quasi californiana..) Arganda del Rey, cittadina al largo della caliente Madrid.
Robe che da anni vedi in streaming chiedendoti «ma sarà veramente così?» e che un giorno ti ritrovi a dire «sì! Cazzo se lo è!» con incredula felicità. Dalla lontanissima via d’accesso il palco si presenta al mio cospetto come un immenso mostro nero (col sole accecante che delicatamente si appresta a nascondercisi dietro). E poi .. giochi d’acqua e giostre a far dimenticare che quel sole scotta, eccome se scotta!
I Gogol Bordello riscaldano un pubblico già carico di suo e si incastrano alla perfezione con l’entusiasmo di una manifestazione ai limiti della perfezione.
Ore 22:10, anche 5 minuti prima del previsto, e scendono in campo gli Incubus. Niente di più dannatamente incalzante per aprire un live dei Red Hot! Brandon Boyd mi ricorda che l’aura che lo circonda non è forse un semplice effetto di luci da palco e che guardando/ascoltando gente come lui ti viene solo da dire «Dio benedica le rock star e tutto quello che la musica è in grado di creare». La sua band (lasciata in modo ‘vile’ un po’ in disparte dalla regia proiettata sui maxischermi, in favore del frontman appunto) lo segue con cristallina applicazione in ogni suo ‘sforzo’ vocale. Dedizione e concretezza: impeccabili.
I Peppers si divertono un po’, a differenza dei colleghi, a far slittare il loro ingresso sul palco di dieci minuti buoni oltre l’orario previsto.
Nello spegnersi di una canzone jazz di sottofondo, si spengono anche le luci e si alzano al cielo le note di “Monarchy Of Roses”, ormai collaudata partenza di ogni show. La chitarra di Josh c’è, e si sente, come tutti gli altri suoni provenienti dal palco. La band appare ‘gasata’ dal contesto e viene accolta da un boato sullo scoccare di “Around The World”. Chad ancora in fase di riscaldamento, fa comunque intuire che al momento opportuno prenderà in mano la situazione, pestando come un dannato sulle pelli della sua trasparente batteria.
L’esecuzione è notevole, e lo si capisce dal ritornello cantato all’unisono da parte dei 50.000 (o forse di più) spettatori. Non c’è motivo di placare la gioia sull’acclamatissimo ritorno di “Snow” in scaletta, riproposta da 5 o 6 date a questa parte e sempre più convincente per scorrevolezza. Anche sul finire Josh pare non volersi risparmiare, cosa che invece avverrà dall’inizio alla fine di una “Californication” che a parere del sottoscritto, con ben 4 esecuzioni ascoltate dal vivo in questo I’m With You World tour, offre prove a sufficienza sul fatto che ci siano ancora dei limiti non solo in termini di ‘pathos’, ma anche in termini di volumi: limiti che la band non è in grado di ammettere piuttosto di mantenere un masterpiece del genere in setlist. Lo so, è come togliere una caramella di mano ad un bambino, ma come “Snow” ha aspettato un anno a fare il suo rientro (e l’ha fatto alla grande) non capisco perché “Californication”, dopo un anno di continuo rodaggio in tour debba continuare a persistere e ad arrancare al cospetto dei fans.
Ci pensano i cori falsettati di Josh su “Can’t Stop”, (quasi) frusciantiani e più liberi rispetto ad inizio tour, e poi “Look Around” a risollevarmi dalla delusione: in quest’ultima annoto una buona incisività del chitarrista sia nelle parti di accompagnamento che nello sguinzagliare le note del bridge e la conclusiva parte di canzone da lui intonata. Rispetto alle due date italiane di dicembre trovo in lui una maggiore sicurezza e libertà, qui supportata da un ottimo sound proveniente dal palco. Sul piacevole ritorno di “Hard To Concentrate” (un po’ dimenticata nelle ultime setlist) il pubblico respira un po’ e l’atmosfera diventa pura magia! Il punto chiave dell’intero show giunge su “Parallel Universe”. La band sembra essersi qui perfettamente allineata, tutto al suo posto con Kiedis che si diverte in cambi di intonazione e Chad che non può far altro che sdoganare tutta la grinta che lo rende, concerto dopo concerto, una garanzia. Di non strabiliante prestigio tecnico, ma concretamente riuscito e graffiante, l’assolo finale di Josh, contribuirà a rendere il pezzo (almeno per il sottoscritto) la miglior cartolina di questa Madrid rockeggiante. E poi arriva “Maggie”, che dà per l’ennesima volta l’idea di essere canzone ‘da stadio’. La sfuriata di “Right On Time”, ingannevolmente presentataci da Kiedis e Flea come un pezzo ‘slow’ attraverso un simpatico siparietto, offre continuità all’ottima riproposizione che durante il concerto ha accomunato i brani dal sempre acclamato Californication (titletrack esclusa).
Una decisa spinta sull’acceleratore in “Throw Away Your TV” lascia poi spazio a “Factory Of Faith”, dove il ritornello è un compito sempre più spesso affidato a Josh, questa sera in favore di un Anthony un po’ disidratato e alquanto impaziente di maneggiare tazze colme di beveraggi vari ai piedi della batteria di Chad (prima, dopo e anche durante quasi la totalità dei brani). L’aria che si respira è da brividi, la chitarra quasi scompare sui cori del pubblico durante la sempre-verde “Under The Bridge”. Le emozioni di un festival di questa portata le puoi accarezzare solo con queste band, e solo con questi capolavori. Prima dell’encore la classica “By The Way”, dopo la jam più riuscita della serata, ci dà il brivido del pogo mentre Flea se la scarrozza come un pazzo da una parte all’altra del palco e Chad non la manda a dire a nessuno, certe volte ‘azzerando’ un po’ gli altri (forse sul finire dello show i volumi della batteria avevano preso un po’ il sopravvento). “Suck My Kiss” è la perla delle tre riproposte da Blood Sugar Sex Magik, anche analizzando la resa di “Give It Away”, che in chiusura appare un po’ fiacca e non brillante in quanto a coordinamento fra i reparti. Fra le due appena citate, “Ethiopia” mostra di confermarsi una fra le più apprezzate del nuovo corso. A chiudere il sogno, nel migliore dei modi, arrivano i giochi pirotecnici ad illuminare la Città del Rock di Arganda del Rey.
Lo sfollamento del pubblico avverrà con ordine quasi ‘alieno’, al di fuori degli standard di ogni altro festival italiano, qui ci si rende conto veramente di essere su un altro pianeta. Autobus di linea gratuiti sia all’andata che al ritorno, un palco che più affascinante penso non si possa immaginare: il sogno servito su un piatto d’argento contornato da due delle band più quotate di sempre. Organizzazione, musica di alto livello, location da sogno, e tanto rispetto e amore per la musica live. Spagna-Italia: 4-0. Campeones.

*Ntjr*


Setlist:

01. Monarchy Of Roses
02. Around The World
03. Snow ((Hey Oh))
04. Can't Stop
05. Californication
06. Look Around
07. Hard To Concentrate
08. Parallel Universe
09. The Adventures Of Rain Dance Maggie
10. Right On Time
11. Throw Away Your Television
12. Factory Of Faith
13. Under The Bridge
14. By The Way
ENCORE:
15. Suck My Kiss
16. Ethiopia
17. Give It Away

Photogallery:
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