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The Getaway [2016]

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12_the_getaway_150x150PREMESSA: Questa che andrete a leggere è una recensione 'onesta' di The Getaway, il nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers che abbiamo ascoltato in anteprima nazionale il 15 Giugno 2016 presso gli uffici della Warner Music Italy di Milano.
Onesta perchè fatta fondamentalmente di pancia e di cuore, in seno alle emozioni ancora forti ricevute dalla possibiltà di ascoltare le 13 canzoni in un contesto del tutto nuovo ed esclusivo, in compagnia di una nuova generazione di fans che mi ha trasmesso l'entusiasmo primitivo e genuino di chi - vicino a spengnere 34 candeline - si è ricordato come un'istantanea un po' sbiadita di quando aveva 18 anni e viveva la sua giornata perennemente contaminata della musica del quartetto californiano: insomma, mangiavo pane e Californication e bevevo tè freddo marca By The Way. Non so se sono stato chiaro.
Non che oggi l'entusiamo sia poi così scemato, anzi, giornate come ieri mi ricordano quanto i RHCP abbiano influito sulla mia vita, ma alcune priorità sono cambiate, gli orizzonti musicali ampliati e le solite menate di un uomo che non sa come dirvi quanta paura abbia di invecchiare ed altre cose che non vi vado ad elencare.


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Quindi questa non sarà una recensione di 'cervello', come si dovrebbe e come sarebbe giusto fare. Perchè i dischi andrebbero recensiti innanzitutto col cervello, coltivando ascolti e assimilando in pieno tutte le melodie e le strofe presenti, percependo tutte le sfumature e le tonalità, tutti gli arcobaleni sonori, ma questa volta non sarà possibile. Anche perchè quello che andrete a leggere è frutto di solo due ascolti del disco effettuati in un contesto - come ho già detto sopra – del tutto inedito.
Quindi, oltre che a scegliere la scorciatoia (obbligata, credetemi) del meno poetico (ma spesso più efficace) 'track-by-track', nelle prossime righe non leggerete critiche approfondite che scavano nei solchi dei brani, perchè mancherà appunto il 'cervello' e la maturazione dell'ascolto, che sta alla base di quasiasi recensione che meriti di essere definita tale.
Ma ci sarà il cuore e soprattutto la pancia (che nel mio caso abbonda, quindi da questo punto di vista avete tutte le garanzie necessarie), la sincerità di chi prova a costruire una critica 'verosimile' e non fatta per lo 'storm click', consepevole comunque che almeno qualche decina di persone spenderà il suo tempo a leggerla e, chissà, magari anche apprezzarla (il mio ego va comunque ogni tanto alimentato). Ma proprio per questa sarà onesta, dalla prima all'ultima parola battuta.


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The Getaway: in più momenti ho avuto l'impressione che questo lavoro sia in buona parte un tributo agli anni '70, anche se non è chiaro se consapevole o meno. Se così fosse, la title-track che apre il disco è l'omaggio dei RHCP alla scena danzereccia di quel decennio (Studio 54)? Kiedis è deciso nelle strofe anche se forse un pò troppo monocorde, Flea è attento alla tessitura del pezzo col suo basso pulsante come un cuore affaticato e gli ottimi cori di Anna Waroncker arricchiscono sia lo strato sonoro che le melodie. Alla fine a livello ritmico sembra rimetterci qualcosa Chad Smith, ma se pensate che The Getaway sia un disco muscolare e/o con del groove funk, dovrete rivolgervi (quasi sempre) altrove. I RHCP in versione 2016, sono ancora lì a leccarsi le ferite. Solo che lo fanno senza malinconie stucchevoli. Anzi, come nel caso della canzone qui descritta, provano anche a farci sculettare.
La loro alla fine è una fuga allegra.

Dark Necessities: il primo dei tre 'pomi della discordia', tanti quanti appunto sono state le canzoni che hanno ancipato l'uscita del disco. Primo singolo (giusto così, dato il resto della tracklist) funziona per un impianto melodico resistente agli ascolti e intelligentemente ruffiano. Pur non essendo un episodio memorabile, è sicuramente da apprezzare il fatto che già dai 5 minuti del brano si avverta un qualcosa di nuovo: dal sound alla scrittura (Danger Mouse nell'album non ha inciso solo come producer, ma anche come co-autore in ben 5 occasioni - una sorta di quinto Peppers arruolato per l'occasione), ad una produzione che appare più snella rispetto ad I'm With You; Klinghoffer appare più integrato - chitarristicamente parlando - ed i suoi cori danno l'impressione di essere più incisivi che in passato, così come si isinuano con scioltezza e con maggiore incisività gli inserti di pianoforte ed un assolo finale che sa di riconciliante completano un quadro sonoro quanto meno rassicurante.

We Turn Red: se Smith era apparso un po' assente non giustificato nelle prime due canzoni, qui si riappropria del suo linguaggio espressivo regalandoci un vigoroso intro di batteria dal rerogusto zeppeliniano, accompagnato da un riff deciso di Klinghoffer (anch'esso dal sapore primi seventies). Kiedis sciorina le sue strofe affettate e simil-rap (specialità della casa), ammorbidendosi in un ritornello vellutato accompagnato da arpeggi e bass line quasi eteree. Cresce con gli ascolti (inizialmente non mi aveva fatto scapocciare), e diverte.

The Longest Wave: la nuova "Under The Bridge"? No, semmai  - e per certi versi - siamo più vicini ad una nuova "Police Station", ma più che dal punto di visto qualitativo/evocativo, lo è da quello degli arrangiamenti e delle atmosfere. L'episodio più imwithyouiano del lotto progredisce in maniera dolce e solare, tra echi beachboysiani nel chorus ben orchestrato dalle pennellate chitarristiche di Klinghoffer e da un Kiedis molto confidenziale nel suo cantato. Anche qui gli anni '70 aleggiano, dolcemente,  tra i solchi

Goodbye Angels: il momento più alto di The Getaway? Forse. "Goodbye Angels" inizia con un leggero filo di tensione nel dualismo basso/voce che anticipa l'entrata in scena di Smith, determinato nel suonare un ritmo robusto quanto nervoso e deciso. Klinghoffer ricama senza eccedere fino al momento dell'esplosione (inaspettata): siamo al minuto 03:33 e gli slap nevrotici di basso anticipano un apocalittico finale fatto di distorsioni quasi al limite dell'hardcore. Ci siamo, eccome. Gran bella canzone.

Sick Love: non tanto RHCP feat. Elton John, semmai il contrario. Senza facili ironie, il popolare musicista inglese che qui presta il suo pianoforte alla band losangelina sembra quasi aver pescato dal cassetto dei ricordi e regalato un suo pezzo escluso da qualche sessione in studio del 1973 ed aver chiesto ai quattro di suonarci sopra. Ma al di là di questo "Sick Love", tra introduzioni funkeggianti, vocalizzi crooneristici e coretti dal retrogusto funky soul he donano un'atmosfera serena e rilassata,  siamo in territori da quasi da jam pop (particolarmente azzeccato il filtratissimo assolo di chitarra finale). Si avverte un certo divertimento nel suonarla ed il bello è che si ascolta con un bel sorriso stampato sul volto. Ti fa star bene e trasmette voglia di vivere e cantare a squarciagola. Non è anche questo il potere della musica?

Go Robot: annunciato come secondo singolo, "Go Robot" è una colata lavica di synth che non aiutano il brano a decollare, Kiedis si fa aiutare dal raddoppio vocale per risultare più incisivo (riuscendoci solo a metà) e il trateggio funk della chitarra è un po' troppo sommerso dal resto degli strumenti. Anche qui c'è un certo clima danzereccio un po' troppo ammicante e facilotto (i clap hands – abusatissimi in tutto l'album - qui sono un po' stucchevoli) . Standard, magari cresce con gli ascolti.


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Feasting On The Flowers: brano molto singolare, fatto di momenti puramente pop che si contrappongono ad arrangiamenti beatlesiani. Uno dei brani più singolari che io ricordi incisi dalla band nell'ultimo decennio, Kiedis si fa ammiccante nel bel ritornello,ed  anche qui vi sono tracce soul nei solchi. Particolare, ma piacevole.

Detroit: hard rock e garage che si fondono nel graffiante riff iniziale farebbero pensare magari ad un andamento più punkeggiante e nevrotico. Invece si esplode in un chorus dove emerge il rullante di Smith, ma dove la chitarra si perde un po' dopo averci regalato un'introduzione davvero ottima. Flea tenta di armonizzare su un tessuto sonoro teso, uscendone con una sufficienza piena. La canzone vive di momenti abbastanza contrastanti, ma non dà l'idea di sollevarsi ad un qualcosa di memorabile, pur avendone i mezzi.

This Ticonderoga: quello che poteva essere non è stata "Detroit", emerge nella canzone che la segue. "This Ticonderoga" è un treno in corsa che non ha intenzione di rallentare dal primo all'ultimo secondo, fatta eccezione per un doppio break di pianoforte che conferisce al tutto quasi dei toni da musical rock'n'roll (omaggio a Meat Loaf?). Qui la band si prende un attimo per respirare, lasciando Kiedis teatralizzare con naturalezza,  momento concesso di grazia anche a chi l'ascolta. Sorprende anche il ritornello dai toni epici col cantante ispirato come forse non mai nelle altre canzoni dell'album. Il resto della band sciorina tonnellate di rock'n'roll ruggente senza battere ciglio. "Goodbye Hooray" (a parere di chi scrive il miglior brano di I'm With You), ha la sua degna ed abrasiva erede. Anzi, forse pure meglio. Jesus Christ Superstar in versione anfetaminica.

Encore: nata da una jam eseguita più volte dal vivo dalla band nel 2011, questa volta il tappeto di synth ci trasporta in territori più eighties. Pulsivi e ripetuti colpi di basso sorretti da una batteria che li accompagna in modo diligente, sono il 'perfetto DNA' della canzone, dai risvolti sognanti e con un testo che sa di liberazione per chi lo canta. Altro momento singolare e forse di non immediata accessibilità. Funziona senza meravigliare ma da l'idea di essere come una scatola cinese. Ma probabilmente il suo intento è quello di essere una degna compagna di viaggio.

The Hunter: il pianoforte apre ad un brano dai risvolti a metà strada tra il blues e il pop, che portano all'ennessimo ritornello sorretto da raddoppi vocali ondulatori, senza però donare al pezzo (che è piacevole) maggiore incisività. Dà l'idea di essere una canzone praparatoria ad un finale tanto drammatico quanto ispirato, ma niente di più. Il testo è un omaggio di Kiedis a suo padre (con richiami letterali) e per alcuni, anche all'omonimo capolavoro cinematografico di Michale Cimino del 1978.

Dreams Of A Samurai: non è la prima volta che i Red Hot Chili Peppers sul finale regalano momenti che poi sono destinati a diventare importanti nella loro discgrafia. Da “Sir Psycho Sexy” a “Transcending” passando per “Road Trippin'” e “Venice Queen”, fino ad arrivare a “Turn It Again” e “Even You, Brutus?”. “Dream Of Samurai” è un congedo dai toni drammatici, aperta da un sofferto pianoforte e vocalizzi (omaggio ai Pink Floyd - ancora gli anni '70...), efficaci controtempi e tratteggi chitarristici che sono secondi solo al potente ed evocativo ritornello. Ottima conclusione, destinata ad essere ricordata. Chissà come renderà dal vivo. Provare per credere.

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MOMENTI TOP: “Goodbye Angels”, “Sick Love”, “This Ticonderoga”, “Dreams Of A Samurai”.

CONCLUSIONE: Così come questa recensione, The Getaway trasmette un senso di onestà nei confronti di chi lo ascolta. I passaggi a vuoto rispetto al suo predecessore sono ridotti (ma non mancano), mentre sono automaticamente aumentati i pezzi destinati a lasciare un buon ricordo nei confronti dei fan. Un disco tanto onesto quanto organico dunque, fatto di collettivo come forse mai prima nella discografia del quartetto californiano dagli anni '00 in poi: non lascia momenti altissimi ma una manciata di canzoni ben scritte rinvigorite dalla fresca e furba mano di Danger Mouse, capace di dare alla band una sverniciata senza snaturarla (ma a volta trascinandola in modernismi a volte un pò forzati). Da far notare anche gli intelligenti e mai invasivi arrangiamenti di Daniele Luppi, compositore italiano però più famoso negli States (vi dice niente il ritornello “nessuno è profeta in patria”?). The Getaway è la testimonianza – e questa è forse la cosa più importante di tutte – che alla band non interessa di riproporsi su partiture funk-rock, ma sembra piuttosto interessata ad esplorare (oppure a fuggire?) orizzonti sonori più inclini al pop e alla sue diramazioni più nobili. Perchè l'undicesimo studio album dei Peppers è un disco pop nel senso meno letterale del termine, ma anche nel senso più felice di esso. E più onesto.

«La nostalgia non funziona, la musica è rivoluzione: sputare sopra quello che è stato fatto fino a quel momento». Flea

*sir psycho sexy*


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