Nel giugno del 1999 i Red Hot Chili Peppers presentano la loro ennesima fatica: è Californication, ed è subito un successo! La band ritrova il chitarrista con cui hanno sfondato, scritto le pagine migliori della loro musica: John Frusciante, dispersosi nel ’92 torna 6 anni dopo, giusto in tempo per firmare uno dei più riusciti album in assoluto del gruppo. Assieme a lui si rivede anche il produttore di Blood Sugar Sex Magik (’91) Rick Rubin, quasi un porta fortuna, un vero e proprio amico per il gruppo. Dopo la parentesi dell’incontro con Dave Navarro, culminata nell’esperienza difficile di One Hot Minute (’95), Kiedis e compagni propongono un album bello, corposo ma ugualmente “facile” nel farsi ascoltare. Da "Around The World" a "Easily" il rock brillante dei Peppers è travolgente ed incontra un solo momento di riflessione in "Porcelain", quasi struggente. Quindi l’energia di "Emit Remmus" ed altre fino al naturale, quasi logico, ma straordinario capolinea di "Road Trippin'", i quindici brani portano tutti la firma dei quattro californiani, conferma di un’ispirazione ritrovata a distanza di quattro anni dall’ultimo album pubblicato. Cinque i singoli estratti, a testimoniare il successo avuto tra il pubblico, culminato con le oltre 700.000 copie vendute solo in Italia e i 13 milioni nel mondo. Californication è la prova di maturità dei Peppers? Forse si, tuttavia segna il definitivo allontanamento dalle origini rap-funk degli albori e la bocciatura, anche se non definitiva, delle influenze metal di One Hot Minute. Le radici però non possono essere estirpate facilmente e in pezzi come "Around The World", "Get On Top" o "I Like Dirt" è ancora una volta possibile ascoltare la band in versione anni ’80. Pezzi eccentrici, perfetta sintesi sincopata tra rock e funk: "Around The World" comunica la voglia di viaggiare, la natura cosmopolita del gruppo, ricca com’è di riferimenti geografici. "Get On Top" e "I Like Dirt" sono l’anima dei Peppers (da notare il testo della seconda), l’esercizio vocale preferito di Kiedis, anche se sono prive della personalità di altri episodi all'interno del disco Allo stesso tempo dai maestri del crossover non potevamo non attenderci ballate emozionanti come "Scar Tissue", "Californication" e "Road Trippin'", pezzi che sono diventati un simbolo, un ricordo per molti.
Forse il meglio della produzione, chissà? Le prime due rappresentano, forse, le icone dell’album, i due momenti emotivamente più ricchi e riusciti. La prima è accompagnata da un videoclip bello e suggestivo dove Kiedis e co. sono intenti ad attraversare il deserto in stato comatoso, ricoperti di cicatrici (per l’appunto) su di una macchina anni ’50 (una Cadillac per l'esattezza). La canzone mostra un Flea ed un Frusciante in stato di grazia che si rincorrono a ritmo di accordi. Le melodie che escono dai loro strumenti sono veramente emozionanti. Le parole sono violente, ancora una volta, ma vere, spudorate ed ironiche conferendo al brano un gusto middle-classe statunitense. La seconda è la canzone che da il titolo all’album e non poteva essere altrimenti: è il simbolo di un modo di essere, da far conoscere al mondo. Una denuncia forte di quello che non va, di quello che sembra ma non è: la west-coast illude, crea le immagini che noi vediamo, anche se in fondo gli stessi Red Hot fanno parte di questa realtà. Una citazione per il video dove i quattro musicisti sono protagonisti di un videogioco elettronico. Veramente divertente. "Road Trippin’" è un pezzo acustico suonato senza batteria, godibile soprattutto nei lunghi viaggi di piacere. In esso esplode la voglia di vivere del gruppo, di vivere nel “loro” modo preferito, lasciandosi andare alla perdizione (“Let’s go get lost”). Una promozione a pieni voti, insomma, per il gruppo che con Californication ha conosciuto (nuovamente) il successo planetario ed ha fatto felici ascoltatori, critici e fans.
*Scarlo*





















