È tutta racchiusa nei primi secondi, la tristezza di questo “non album”. Un colpo di tosse, una pausa prima ancora di iniziare. Arrendersi prima di ancora di alzare lo scudo. Scomporre se stessi in frammenti senza collante, rovesciati in un pavimento lucido di confusione. Spoglie di qualsiasi legame tra di loro, le tracce (composte dal 1988 al 1997) si schiantano ripetutamente contro il muro dell'eroina, devastandone la loro integrità con dilatazioni tutto sommato inutili (Enter a Uh, I May Again Know John, Breathe) e affossando buone intuizioni in una buca di caoticità (Nigger Song, Estress).
Vocalmente John è persino migliorato, purtroppo è l'unico quadro in ascesa della situazione globale, appare come primo antagonista dei suoi stessi brani, la titletrack respira di lisergiche emozioni, ma il compito arduo sta nel trovarne la chiave di lettura.
“If Smiles was a novel book, it be something where you couldn't read it every night for 3 hours, but you would read it every night because of the interest and diversity, wanting to know how the story evolves.” spiega il catalogo, mostrando essenzialmente ragione. A differenza del predecessore, è una release da ascoltare con parsimonia focalizzando i punti importanti:
La psichedelia della strumentale “For Air” (viaggia verso lidi che vedranno la propria completezza solo con Brown Bunny) in acida jam di Frusciante con ... se stesso; “A Fall Thru the Ground” resta un esperimento ancora unico nella carriera del musicista, percussioni indo-orientali su un tappeto di cori a sfiorare una lacrimante chitarra testimone di un cantato finalmente pulito e sobrio in dissolvenza (stupisce sapere che questo brano sia figlio di un John ancora non maggiorenne); “Well, I've Been” ha un intercedere maligno sviluppato da un perverso giro di note. A quest'ultimo pezzo collabora l'amico e attore River Phoenix, udibile nella prima parte di Height Down in un improbabile duetto poi rovinato dai motivi sopra citati. Il resto è rappresentato da una manciata di pezzi brevi, alcuni tranquillamente inutili (More, I Can't See Until I See Your Eyes), altri di delirio condensato tra blues aspro (Life's a Bath), ballate etiliche (I'm Always) e intermezzi gradevoli (Poppy Man) condito ovviamente nella salsa Lo-Fi proposta dal solito registratore minimalista che raramente concedeva persino la stereofonia.
Evitate a prescindere di iniziare a conoscere John proprio da questo disco. Certamente è un album che acquista la sufficienza piena se si è ben assimilato il lavoro precedente ed entrato dunque a contatto in un mondo di sonorità lontane sia dalla corrente musicale della carriera dei Red Hot Chili Peppers che della seconda parte della carriera dell'artista in generale. Oltretutto è da sottolineare la scarsa reperibilità del disco, stampato per la oramai defunta Birman records in una tiratura di copie scarsa già di per sè (il primo intento di Frusciante era quello di donare la raccolta solo ad amici) a suo tempo. Lo sforzo economico abbastanza notevole non verrebbe giustificato.
Gidan Razorblade





















