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Enclosure [2014]

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«Ma che bella questa melodia..»
«Ciao ascoltatore di Frusciante, sono la sua drum machine e voglio fare un gioco con te...»
(con la voce stile il film "Saw")
«Ehi no! Aspetta, parliamone...»
«BishbishbishBISHBISHBISHBISH!»
«NOUUUUOOOOOO»
Volendone riassumere le critiche dei detrattori del periodo di John dal 2011 ad oggi, basterebbe questa metafora. Il Frusciante deus ex machina che dà un altro inaspettato colpo di coda alla sua carriera, nel bene o nel male, resta l'argomento più chiacchierato nel mondo dell'asterisco. E mentre la band riposa in un tour infinito nelle location più improponibili della terra e si attende la seconda prova di Josh Klinghoffer con i suoi Dot Hacker, il Fruscio spunta a sorpresa come al solito, lanciando un cd dalla sua 'tana', per poi sparire di nuovo. Eh sì, perché se Piero Angela decidesse di fare un documentario dedicato a lui, probabilmente lo definirebbe un chitarrista selvatico. Il nostro eroe in questo periodo ha collaborato alla produzione del disco dei Black Knights, costola della crew di RZA e soci, mettendone altri due in cantiere. Li ha trasformati da normali interpreti di rime del ghetto a curiosi ricercatori di un rap vecchio stile, con campionamenti dai Funkadelic fino alle citazioni degli esordi dei Depeche Mode: Medieval Chamber è stato sottovalutato più dai fans che dagli addetti ai lavori, un album che probabilmente ha restituito un senso della melodia più forte agli esperimenti di John, un uso delle tastiere meno ‘spettinato’. Questo Enclosure, a detta di John, è stato composto nel medesimo periodo e di hip hop non ha assolutamente nulla, ma con tutta probabilità rappresenta la somma vettoriale degli orientamenti artistici del nuovo corso. Tutto ciò è confermato dal tenebroso intro "Shining Desert", dall'andazzo spaziale un po' alla Ultravox nel binomio tastiere/chitarra, le sovraincisioni vocali sono definitivamente il nuovo cruccio di Frusciante, che attualmente sembra aver accantonato un po' i suoi proverbiali cori. Sarebbe sbagliato definirlo un disco poco accessibile al primo colpo di drum machine che sgrava, perché effettivamente è un lavoro assai incentrato sul cantato: si parte dal pop, passando al gospel (sopratutto nel primo brano). "Sleep" si svela proprio in questa forma di elegante linea vocale sotto ad un mascherato tappeto ritmico drum&bass e l'intermezzo come fulcro della canzone. "Fanfare" probabilmente sarebbe potuto essere un discreto singolo radiofonico synth pop, conserva tutti gli elementi che abbiamo imparato ad amare di John: quella dolcezza sgraziata della sua ugola che si fa strada in un mare di tastiere aperte come fosse Mosè; la prima volta che la senti, sai già che ci infilerà il falsetto e puntualmente arriva, mentre una chitarra visionaria e niandresca cuce i bordi della canzone con tutta calma. "Zone", a mio giudizio, chiude una sorta di triade di brani abbastanza easy listening che sarebbero stati bene persino in To Record Only Water For Ten Days, compresi i testi un po' più ermetici dei suoi predecessori e degli outro efficaci quanto sognanti, un po' il trademark del musicista in certi lavori (da 3:21 in poi, è solo classe).La traccia più curiosa del lotto è probabilmente "Crowded", con un andazzo in bilico tra gli Ataxia e una sorta di Black Sabbath ubriachi in un negozio di drum machine dove, nella seconda parte del brano, emerge forse la ritmica più brillante di questi 40 minuti di esecuzione."Clinch" è il terzo passo strumentale, ove il primo era rappresentato dal suo spirito conservatorio in "Wayne" e poi dal delirio fripposo di "Same" nell'EP che ha preceduto l’album (Outsides). Questa unica strumentale tra i nove brani ricalca appunto le linee guida delle due precedenti, ricami artistici di una sei corde ispirata che lotta con l'anarchia della prepotente sezione ritmica. Un altro gradito ritorno riguarda le orchestrazioni in "Excuses", tecno-ballad drammatica su cui agisce un mood da empireo a stemperare un testo per niente sereno. Per una volta John rinuncia al finale davvero di effetto, nascondendo la perla nella prima sezione del disco: "Stage" è infatti il brano capolavoro, in pochi minuti ha un dono di una sintesi incredibile, tra l'r&b ed uno straordinario assolo. Una esecuzione solista così intensa da far sembrare la canzone solo un contorno di essa, una ‘scusa’ per lasciare andare la chitarra a piangere letteralmente note cariche di gain e passione, per poi sciogliersi in una coda shoegaze che ricorda non poco una sua classica jam live. Tutto ciò fa dimenticare l'unico momento morto, ovvero "Run", bozza alternative lasciata al suo destino abbastanza incompiuta nelle sue note strascicanti.I giapponesi a questo giro praticamente si cuccano circa il 25% di musica in più nel loro dischetto, considerando che i due brani bonus raggiungono la decina di minuti.  "Scratch" viene dalle session di The Empyrean ma suona molto come una b-sides di Inside of Emptiness con un clandestino a bordo (indovinate? Sì, la batteria), un giro melodico ossessivo e la chitarra che emerge dai flutti, abbastanza acida. Ma la vera sorpresa è "Vesiou", candidabile tra le chicche più particolari della carriera solista di John, un affresco sperimentale ammiccante a territori Warp records, ma con la struttura ciclica che tanto ricorda le vecchie b-sides dei RHCP ("Slowly Deeply" o le Instrumental #1 e #2 ad esempio).Tutto ciò conferma il mood di un disco più riflessivo e delicato rispetto alla foga passionale di PBX Funicular Intaglio Zone, da cui per esempio rimpiango alcune linee di basso ma non le strutture melodiche che, in media, sembrano più incisive in quest'ultimo disco. Riportandoci su lidi a noi più familiari rispetto al Capitan Beefheart elettronico sentito con l’album precedente, è innegabile però sentire la firma di Frusciante in ogni genere in cui si cimenta. È come un criminale che vuole farsi scoprire da noi arguti detective, lasciando indizi e prove sparsi sempre in ogni suo nuovo progetto. Sembra fagocitare dischi di ogni genere, per poi digerirli ed interpretarli nella sua lingua. Considero normale vedere una parte dei suoi ammiratori che inneggiano più a Shadows Collide With People, così come dei pepperiani magari cercano un nuovo Californication, ma per entrambe le carriere son passati più di dieci anni ed è altrettanto normale perdere alcuni consensi e guadagnarne altri. Nemmeno nelle nostre esistenze tutti ‘restano’ e, se succede, forse è perché vi hanno male interpretato.
Nonostante però tutta questa mia logica e comprensione, ammetto che sentirgli scandire quel «I miss you» in "Fanfare", sia una discreta botta al respiro. È come se facesse il ventriloquo, ed i pupazzi fossimo noi.

Gidan Razorblade
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