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Home News RHCP @ Postepay Rock In Roma: la recensione di VeniceQueen.it

RHCP @ Postepay Rock In Roma: la recensione di VeniceQueen.it

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Recensire un concerto da fan sfegato con razionalità e distacco è un compito arduo sopratutto questa volta che il tuo gruppo preferito ha sfoderato una prestazione fuori da ogni tua previsione.

Partiamo con ordine però, partiamo dal contorno, perchè un concerto inizia 24 ore prima e finisce almeno due settimane dopo se proprio vogliamo dirla tutta.
Per chi è arrivato in treno il ricordo più odioso sarà sicuramente la camminata per raggiungere il simpaticissimo binario 18 che a quanto pare non è neanche più in provincia di Roma o la stazione di Capannelle che è situata ad un miliardo di chilometri dall'entrata, iperbole forzata perchè quando hai la frenesia di metterti in fila quei 700 metri ti sembrano infiniti.
Ci si mette finalmente seduti sul marciapiede del Gate A per questa interminabile attesa, la cassa dei ritiri Songkick apre con “soli” 40 minuti di ritardo, il sole sembra darci tregua, le alte mura di recinzione danno una buona fonte di ombra e la grandissima affluenza regala momenti piacevolissimi di compagnia.

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I controlli iniziano alle 12:30, sono veloci e precisi, con gli addetti molto garbati e simpatici, poi la “corsa” sottopalco, la scoperta che l'inner pit è grande tre volte quanto te lo immaginavi, la consapevolezza che da lì alle prossime 9 ore sei tu, il tuo culo dolorante ed un'attesa spasmodica, il tutto contornato dalla splendida figura di Mario (che in realtà abbiamo scoperto si chiamasse Massimo) detto Er Gladiatore che ci innaffia con il suo getto di acqua gelida (il che ha creato un simpaticissimo acquitrino sul quale poi ci siamo seduti).
Alle 18:00 circa ci si alza tutti in piedi, com'è solito fare prima dei concerti italiani, qualche genio si alza per prendere mezza fila in più e tutti ci dobbiamo sorbire le tre ore successive in piedi per evitare di essere travolti.
Alle 20:00 puntali salgono sul palco i Knower: bassista tarantolato, sassofonista per i fatti suoi , batterista che è un concentrato di clichè da musicista hipster della scena californiana e Genevie, la cantante, che sciorina una prestazione che è un misto tra l'eccellente ed il pessimo meno meno.
I ragazzi ci mettono tutto l'impegno del mondo, da soli potrebbero anche spaccare, insieme non funzionano, purtroppo.
Usciti (quasi cacciati) dal palco i Knower si spengono le luci, manca ancora una buona mezz'ora e già ci si schiaccia sempre più, la tensione è palpabile e l'aria comincia ed essere elettrica.

 

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Ore 21:25, God bless the child, il motivetto che indica lo start scatena un primo boato, passano due minuti e calano le tenebre: Flea e Chad salgono sul palco seguiti a ruota da Josh, è il delirio; c'è subito un piccolo problema in cassa per Flea che corre a bordo palco, Josh e Chad allora prendono in mano la situazione con un duetto potentissimo … è un segno: niente potrà fermare la forza di quel concerto, Flea risolve il suo problema e scarica il suo nervosismo su una serie massiccia di note che distruggono le casse toraciche dei presenti nel pit, una jam potentissima che si conclude nelle quattro note di apertura di Can't Stop.
Kiedis entra sul palco saltellando, il pubblico risponde intonando a voce l'intro di Can't Stop, è una festa spaziale ed ognuno di noi è invitato, l'urlo del pubblico è impressionante e la band queste cose le sente, la canzone passa via in un attimo, un'unica voce dei 30 mila presenti ed uno spettacolo di luci ben gestito a fare da cornice a questo incipit.
La Jam che segue si trasforma nell'iperclassico Dani California, il pubblico ancora una volta apprezza, canta a squarciagola il pezzo, Chad si diverte a fare roteare le sue bacchette prima di lanciarne due sul pubblico, Flea è un ragazzino, Kiedis porta la sua voce a livelli stratosferici, mai raggiunti in questo tour, segno numero 2: questo concerto sarà da ricordare.


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Il terzo pezzo è la sorpresa The Zephyr Song, e qui qualche perplessità cominciavo a nutrirla per via della voce di Anthony che solitamente non arriva a cantarla benissimo, ed anche qui sorpresa delle sorprese: Anthony dà lezioni di canto e (quasi) non dimentica il testo.
Una piccolissima pausa di luce apre a Dark Necessities, ultima vera hit planetaria dei 4 e decisamente apprezzata dagli (scusate il termine) “occasionali” giunti ad ascoltare per la prima volta i Peppers; il pubblico adesso è innamorato e saluta con strano entusiasmo l'ingresso di Mauro Refosco, il percussionista brasiliano che è attualmente in tour in Italia e che fino a 4 anni fa calcava i palchi dell' I'm With You Tour: con lui è il momento di The Adventure of Rain Dance Maggie, che fila via tranquillamente e ci regala una spettacolare jam finale.
Eccoci arrivati ad uno dei momenti topici del concerto: il silenzio e poi dal nulla il riff pauroso di I Wanna Be Your Dog, cover di quel pezzo incendiario che fu dei The Stooges ed Iggy Pop, cantata in maniera rabbiosa ed assolutamente perfetta da un Kiedis impossessato dai demoni del rock, voce e fisicità che rimandano al 2002, corse sul palco, Flea che viene sul lato sinistro del palco e si becca l'ovazione del secolo, pubblico che non smette di ballare. Si passa senza accorgercene a Right On Time, ed è un treno senza fermate, il momento più adrenalinico di tutto, la voce si perde in quel rap incessante, il groove del basso ti entra dentro e ti fa muovere come se non avessi fatto quelle 12 ore in fila, è tutto così dannatamente veloce e pazzo che finisce in un millesimo di secondo, un piccolo orgasmo musicale.

 

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Dopo il sesso violento c'è bisogno di rilassarci, è ora di Go Robot, solito teatrino con il secondo bassista Samuel Banuelos a ballare con Flea e canzone godereccia che fa felice anche i nuovi fan (notevole la chiusura con una jam molto ispirata).
Calano nuovamente le luci, Josh prende in mano la sua White Penguin e si avvicina a Flea, parte una jam delicata e stranamente ispirata, dolce ed aggraziata, sostenuta dal tocco delicatissimo di Chad sulle pelli, qualche brivido sulle braccia e sulla schiena e poi è Californication … il pubblico gradisce e canta (anzi aiuta a cantare Kiedis), è un piccolo momento di magia, perchè Californication nonostante i suoi 18 anni è sempre uno spettacolo nello spettacolo (l'assolo stavolta è quasi passabile, caro Josh :D).
Terminata la Hit, Josh vuole farci capire che anche lui è in palla e con la stessa White Penguin attacca un riff che molti di noi conosciamo, quello di What Is Soul? (che in realtà è Mommy What's a Funkadelic, ma vabbè) e sciorina un gran pezzo di Funk assieme al collega Flea (che rimproveriamo per non aver concluso il pezzo con il classico sclerotico assolo di basso distorto).
È il turno del (a mio avviso) momento più alto del concerto; a luci spente parte una nota che mi fa saltare il cuore in gola, una canzone che nessuno credeva più possibile e che invece è lì, l'avevamo pronosticata in fila ed eccola lì, una mano stringe la mia ed un urlo sale da tutto il pubblico, «I like pleausure spiked with pain and Music is my Aeroplane» ... gran parte del Pit è in visibilio, cantiamo sgolandoci, amiamo alla follia quello che sta accadendo, qualche riga solca i nostri volti, alcune sono le rughe di noi anziani, altre sono le lacrime: è tutto così perfetto.

 

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Per farci riprendere i Red Hot ci fanno quasi per dispetto The Getaway che a mio parere è il momento “peggiore“ di tutto lo show, loro lo capiscono e dopo una jam (impressionante il livello di jam c'è da dirlo) tengono a farci capire l'errore e partono con Sir Psycho Sexy: Josh sembra a suo agio e dimostra ai suoi detrattori che qualcosa la sa pur fare, ma questa è la canzone di Anthony, il ragazzo è scatenato e si muove fino all'ultimo secondo, mostra tutto il suo fascino, molte donne del pit (ed anche qualche uomo a ben dire) sono colti da malore per la sua fisicità eccessivamente strabordante, il buon vecchio Anth è in stato di grazia e tira fuori voce e muscoli che noi esseri umani possiamo sognarci a 20 anni (They're Red Hot fa parte di Sir Psycho, per questo non la inserisco :D).
Siccome non siamo abbastanza stanchi di saltare e cantare, perchè non impazzire sotto quel martello pneumatico di note che è Higher Ground?
Il pit salta all'unisono, è un esercizio fisico notevole, non ci ferma mai, sul palco è puro godimento, Kiedis perde la dignità tra salti mostruosi ed una prestazione vocale al limite della perfezione, Josh è tarantolato, Flea corre da destra a sinistra del palco senza tregua e Chad picchia pesantemente!
Una piccolissima intro crea la suspance adatta al suono straziante delle note di Under The Bridge, forse ancora non ho scritto abbastanza di quanto Kiedis fosse in palla; è la SUA canzone e si sente, cantato pulito e graffiante, tocca le corde dell'anima e siccome Under The Bridge è quella che è, durante l'outro ci tocca pure iniziare ad urlare il nostro pianto.


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Siccome ci rimangono solamente 4 minuti di autonomia di fiato decidiamo giustamente di fare By The Way: la forza di questa canzone live è ancora oggetto di studio da parte della Nasa, il pit è infuocato, le scosse telluriche registrate dai sismografici ne sono la prova, qualche stronzo decide pure di fare rissa al mio fianco, ma a me quasi non importa, tanto sono impegnato ad ammirare lo strapotere fisico di un Anthony che mi ha lasciato senza parole, e quello di un Chad che si erge a monumento di batterista rock del secolo.
Il main set finisce tra gli applausi scroscianti del pubblico estasiato, le luci si abbassano ed il silenzio è interrotto dal coro «Se non fate l'ultimo noi non ce ne andiamo» [… che è sta cafonata? :D]
Cinque minuti esatti ed il buon Josh illuminato solo da una luce imbraccia la sua chitarra e intona la sua versione di Io Sono Quel Sono di Mina, si ferma dopo un minuto sbagliando una parola, chiede umilmente scusa per il suo italiano, ride imbarazzatissimo, come un ragazzino che sbaglia al suo primo saggio di musica, è il momento tenerezza, il pubblico lo capisce e gli regala un calorosissimo applauso, lui in qualche modo promette di rifarsi a Milano (non lo farà ndr).

 

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Flea e Chad lo vengono a soccorrere e dopo qualche secondo spunta Anthony con il piccolo Everly Bear al suo fianco: i due inginocchiati davanti al microfono iniziano a cantare Goodbye Angels, ultimo singolo estratto da The Getaway; il piccolo conosce più parole del padre naturalmente anche se l'intonazione è quella che è, Everly lascia il palco sugli applausi di un pubblico entusiasta facendo anche la Dab, il pezzo continua fino all'outro che è uno dei momenti topici della serata, Kiedis non smette un minuto di dimenarsi, Flea e Josh si trovano in un abbraccio sonoro pauroso e Chad tesse una trama fittissima di colpi, noi nel pit siamo stremati.
Buttiamo il cuore, i polmoni e le ultimi fibre muscolari sulla super Give It Away che segue e chiude il concerto; se ultimamente era risultata molto scarica, quella di stasera è quasi una novità per quanto riguarda la verve con la quale è suonata, potente, robusta, divertente e ballabile.
Il concerto si chiude così tra un saluto di Anthony, un immaginabile «Grazi» di Flea, e Chad che lancia bacchette al pubblico per 3 minuti abbondanti (una mi sfiora anche la testa finendo due file dietro).

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Il deflusso da Capannelle è stanco e confuso, frastornato da quell'ora e quaranta di show che ha ricordato gli altissimi livelli del tour di By The Way, saranno mancati gli assoli ed i virtuosismi ma nell'insieme questa band ha ancora tantissimo da dimostrare live e secondo voci a noi molto vicine possiamo essere speranzosi di vederli passare da queste parti ancora un'altra volta in tempi recenti (non sognate troppo però mi raccomando :D)

Piccolissima nota di demerito, se mi permettete, all'organizzazione per il post concerto: è impensabile arrivare alle 2:30 a Roma dopo un concerto finito alle 23:30, essendoci un solo treno disponibile per 30.000 persone o un parcheggio dal quale le auto sono riuscite a muoversi solo un’ora dopo la fine dello show.

Per il resto grazie infinite a tutti quelli che ci hanno dimostrato affetto, che mi hanno salutato anche non conoscendomi, che si sono complimentati per la pagina, che sono stati i miei compagni di fila e di emozioni, e grazie semplicemente ai Red Hot Chili Peppers che queste emozioni le hanno fatte vivere a tutti noi.

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Recensione a cura di Luciano Tumbiolo in esclusiva per VeniceQueen.it
Foto e relativi crediti dalla pagina Facebook Venice Queen (visita l'ALBUM per altre foto)

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Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Luglio 2017 19:52  

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