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Home News RHCP @ Milano Summer Festival: la recensione di VeniceQueen.it

RHCP @ Milano Summer Festival: la recensione di VeniceQueen.it

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Una foto per restare sospesi nel tempo. Quella che vedete sopra, l'unica perfetta e magica (almeno per me) delle tre che ho scattato a Milano. Questo è il punto di partenza di ciò che vuol essere appunto una fotografia, a 360 gradi attorno alla band, piuttosto che una recensione tecnica del concerto in sé.
Sì, perché a Milano, almeno dal mio personale punto di vista (ma credo di parlare anche a nome di tanti fan italiani) si è chiuso un altro ciclo nella storia dei Red Hot (a quando un nuovo album e nuovi live?).
Raggiunta la sintonia col tanto criticato Josh Klinghoffer, durante questo ciclo dettato dall’uscita di The Getaway e relativo tour di supporto, i tre veterani della band hanno avuto più volte modo di pietrificarci con dichiarazioni poco rosee sul futuro della band (forse un po’ ingigantite dagli addetti ai lavori, e comunque recentemente smentite da Flea).
Ed è proprio Flea che in modo schizofrenico quasi strappa una corda del suo basso per introdurre Around The World, rischiando di slogarsi la spalla destra e aprendo il set milanese in maniera epica. Il pubblico risponde alla grande, cantando all’unisono uno dei ritornelli storici marchiati Red Hot, di quelli che hanno segnato una generazione.

 

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Appaiono però i (purtroppo) classici elementi di stanchezza e poca lucidità dell’ambiente Peppers dovuti, più che all’età che avanza, ai recenti cambiamenti di pedine importanti, come il tecnico del suono Dave Rat (al suo posto Sean Sullivan). A soffrirne sono spesso le prime quattro o cinque canzoni riproposte in sede live ad ogni concerto o quasi: la macchina Red Hot, non solo a Milano, è spesso un motore diesel, dalle enormi potenzialità, ma nervosa all’accensione e nell’inserimento delle marce. Snow, Otherside e Dark Necessities ne sono un po’ l’esempio. Iniziano le rituali “riunioni di condominio” sul palco, con il solito stizzito Kiedis che si sposta tra una strofa e l’altra dal centro al bordo palco per parlare con i tecnici, o altrimenti fa cenni di avere problemi ai compagni ai suoi lati. Anche gli altri che sembrano non avere problemi tecnici vanno un po’ fuori fase, ed è il momento dell’intero set dove si concentrano maggiormente le imprecisioni.


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Quello che non le commette mai però è Chad, impassibile a qualsiasi calamità e/o problema tecnico del caso, e per di più sempre sorridente. Anzi, mi è mancato il sorriso del gigante buono, dato che dalla mia prospettiva avevo il cameraman proprio davanti e riuscivo a scorgere a malapena la batteria.
Dopo le prime botte di assestamento, i nervosismi si placano con la dolce Hey dove non posso far altro che strapparmi il cuore e tenerlo in vita con un buon mezzo litro di lacrime. È la svolta. Il momento relax viene spezzato da Fire, ma il pubblico non sembra rispondere come si dovrebbe, nonostante i quattro sul palco abbiano risolto le liti condominiali e abbiano acceso (appunto) quel fuoco che li rende unici.
I più non la riconoscono nemmeno forse: mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondato da una splendida gioventù. A differenza della leg invernale forse solo gli irriducibili hanno voluto ripetere l’esperienza a distanza di pochi mesi, gli assenti invece hanno lasciato spazio alle nuove generazioni. E questa è una gran cosa, sapere di poter tramandare e continuare a vivere e condividere il mondo Red Hot con dei fan giovanissimi.


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I problemi tecnici sembrano ormai definitivamente dimenticati e, dopo una godibile Go Robot, è il turno di una jam distesa e rotonda nelle cui prime note Flea ha il potere di riportami a quelle di Slane Castle (brividi). È l’inno per eccellenza di quella generazione stregata dal 1999 in poi: è Californication. Per la prima volta in questo tour, dopo Bologna e Monaco, riesco a distinguere chiaramente la chitarra di Josh, e pago tributo ammirandolo e continuando, oggi più che mai, a ringraziarlo di aver reso possibile che questa storia potesse continuare. I buoni volumi, ma anche tanta sostanza e concretezza, permettono a Charlie di risplendere di luce propria: il trend del concerto ha ormai preso una piega sorprendente grazie a chitarra aggressiva, sezione ritmica impeccabile e Kiedis al top. Sick Love non fa altro che confermare quanto appena detto, ma soprattutto ha il compito di introdurre il significato di questa fotografia che vi sto raccontando.


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Prima di chiudere il set col classico encore Goodbye Angels/Give It Away, entrano in scena la sospensione del tempo, la magia, le notti insonni, le passioni, i sogni, la voglia di vivere, il cuore che smette di battere … e che si abbandona ad un respiro dolcemente maltrattato dalla potenza emotiva di Don’t Forget Me, violentato dal bacio rock di Suck My Kiss, curato dalla tenerezza di I Could Have Lied, accelerato dalla frenesia di By The Way. Tutto il mondo non esiste più.
E allora vaffanculo all’avanzare dell’età, alle dichiarazioni pietrificanti, ai problemi tecnici, alle stonature (Kiedis è comunque più in forma adesso che nella leg invernale), alle liti in fila prima dell’apertura dei cancelli (ma perché la gente è così scema?), alle corse per la transenna.

Semplicemente Red Hot Chili Peppers. Semplicemente amore, adesso e per sempre.


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Recensione a cura di *Ntjr* in esclusiva per VeniceQueen.it
Foto e relativi crediti dalla pagina Facebook Venice Queen (visita l'ALBUM per altre foto)

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Ultimo aggiornamento Martedì 25 Luglio 2017 23:51  

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