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Home News Josh Klinghoffer: «in futuro regaleremo ai fans delle chicche nelle setlist»

Josh Klinghoffer: «in futuro regaleremo ai fans delle chicche nelle setlist»

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josh

Parole e musica del nuovo arrivato Josh Klinghoffer, che intervistato insieme a Flea dalla versione cartacea di On Stage -  rivista distribuita anche nei giorni dei concerti italiani dei Red Hot Chili Peppers di Torino e Milano - ha affermato, tra le altre cose, che in futuro le setlist potrebbero riserbare gustose chicce per i fans. Di seguito vi riportiamo integralmente tutto l'articolo. Buona lettura.


Dopo una lunga pausa, oltre cinque anni, e il secondo abbandono di John Frusciante – sostituito dal giovane Josh Klinghoffer – i Red Hot Chili Peppers sono tornati con un nuovo capitolo discografico, I’m With You. Ecco cos’hanno raccontato durante un’affollata conferenza stampa milanese.

Flea, con una t-shirt di Theolonious Monk, e il giovane chitarrista sono i due Peppers deputati a soddisfare le curiosità di moltissimi giornalisti accorsi per celebrare degnamente una band dalla carriera invidiabile, capace ancora di piazzare qualche zampata di classe nonostante gli anni che passano, gli stravizi (ormai abbandonati, pare) e l’inevitabile perdita di un po’ di smalto. È soprattutto il minuto bassista a mostrare i segni del tempo – si sta anche riprendendo da un fastidioso mal di schiena che l’ha immobilizzato per qualche giorno –, ma i capelli tinti di un viola pallido e il sorriso rilassato mantengono viva l’illusione di trovarsi davanti a uno dei personaggi più genuinamente selvaggi della scena alternative rock americana. Anche Josh appare a suo agio davanti a una platea affollata e, per forza di cose, a lui vanno le prime domande. Non potrebbe essere altrimenti, visto che ha avuto il difficile compito di sostituire l’amatissimo e talentuoso asso della sei corde John Frusciante, alla sua seconda – e pare definitiva – uscita dal gruppo.

«Ovviamente è un grandissimo onore prendere il posto di un musicista così bravo, ma il mio ingresso nei Red Hot Chili Peppers è stato piuttosto indolore. Conoscevo già tutti quanti, avevo collaborato con John in passato e trovarsi con Flea, Anthony e Chad in sala prove mi è sembrato quasi naturale. Ero un fan, suonavo già molti dei loro pezzi, c’è stata un’armonia naturale e immediata». Tocca a Flea fornire ulteriori particolari. «Il primo giorno in cui ci siamo trovati a provare con Josh avevamo ricevuto la notizia della scomparsa di un nostro carissimo amico, Brandon Mullen. In suo onore ci siamo lanciati in una jam improvvisata che è poi diventata Brandon’s Death Song, uno dei pezzi del disco. Possiamo dire senza tema di smentite che I’m With You è nato quel giorno, con l’arrivo di Josh e il primo brano composto. La magia tra di noi è scoccata istantaneamente, non c’è stato bisogno di aggiungere altro, avevamo il chitarrista adatto a noi, quello che serviva ai RHCP per ricominciare a suonare con convinzione. Parte del merito di questo album è proprio dell’entusiasmo contagioso di Josh oltre che del suo talento».

CITY OF ANGELS
Brandon Mullen, per chi fosse poco addentro alla storia del punk losangelino, è stato il proprietario (e impresario unico) del Masque, leggendario locale in cui nacque la prima scena cittadina, quella composta da X, Germs, Dickies, Weirdos e innumerevoli altre misconosciute band. Flea e Anthony all’epoca (parliamo di fine anni Settanta e inizio Ottanta) erano due ragazzini in cerca di emozioni forti, innamorati di punk rock, droghe e della vita selvaggia di L.A.

Mullen, uno scozzese trasferito in California, aveva chiuso il Masque dopo enormi casini burocratici e legali, ma la passione per la musica era rimasta intatta. Proprio lui fu uno dei primi a credere nel potenziale degli acerbi Red Hot Chili Peppers, spingendoli in ogni modo e sfruttando le sue conoscenze per farli suonare nei molti club locali. È piuttosto interessante che una band dal successo planetario tenga sempre a ribadire il proprio legame profondo con l’attitudine punk e con un passato che, all’interno della loro musica, trova sempre meno spazio, sostituito da un classic rock di maniera e dalla solita abbondante razione di funk. È ancora il bassista a chiarire il concetto quando gli chiedo come sia possibile conciliare quel tipo di background con gli ingaggi stellari, i tour mondiali, gli hotel a cinque stelle e i milioni di dollari guadagnati in carriera. «Credo che siano due cose differenti e che l’attitudine non dipenda dal conto in banca. Mi piacciono i soldi come a chiunque altro, ma non sono il fine ultimo da perseguire. Noi siamo nati e cresciuti in quel tipo di scena, immersi e circondati da determinate band e persone che ci hanno influenzati e plasmati. Il fatto che i Red Hot Chili Peppers siano un gruppo di grande successo non cambia il nostro approccio alla musica, né ciò che ci piace a livello personale. Posso ascoltare i Bad Brains come recita la tua t-shirt e, allo stesso modo, anche John Coltrane, non ho nessun preconcetto a riguardo. Punk per me significa ragionare con la propria testa, fare quello che si vuole senza che nessuno interferisca, suonare ciò che si ama. Io l’ho sempre fatto, ho seguito le mie regole e ho avuto successo senza dover mai svendermi o fare musica di m***da. In qualche modo sono rimasto lo stesso ragazzino di diciotto anni che girava disperato per le strade di Los Angeles in cerca di droghe, rock’n’roll ed emozioni forti. Per questo motivo, mi sento assolutamente in pace con me stesso». Manco a dirlo, dopo l’uscita di I’m With You è partito il tanto atteso giro del mondo in tour con date ai quattro angoli del globo e biglietti esauriti già in prevendita, segno di un affetto che non smette di circondare il quartetto. «È vero, abbiamo dei fan straordinari e sono orgoglioso di poter sfruttare la mia posizione come membro della band per esprimere ciò che sento nella maniera più genuina. Chi viene a vederci suonare sa che noi siamo esattamente in quel modo, quattro musicisti che si identificano nella propria musica, è una faccenda spirituale se devo dire la verità. Abbiamo preparato uno spettacolo di un’ora e mezza con diciotto/venti canzoni circa, ci stiamo divertendo come ragazzini».

CINQUE LUNGHI ANNI

Riesce semplice capire l’eccitazione di Flea e compagni verso il lato fisico della loro professione – senza contare che il live è sempre stato un momento fondamentale e catartico per il gruppo – soprattutto perché cinque anni di pausa sono davvero molti per chi è abituato a ritmi serrati e iperattività. «Beh, dipende da come la si vede. Cinque anni sono molti, è vero, ma non siamo stati certo con le mani in mano, anche se era necessario un periodo di decompressione dopo il lungo tour precedente. Se devo dire la verità, quando ci siamo presi una vacanza, non ero nemmeno certo di cosa sarebbe successo, sapevo solamente che in quel momento non volevo sentir parlare dei Red Hot Chili Peppers in nessuna maniera. Ero scarico, avevo bisogno di stimoli, per tutti era così e ognuno ha reagito a modo suo. John, dopo una lunga riflessione, ha deciso di proseguire da solo senza di noi, ha fatto una scelta coraggiosa, ma penso non fosse possibile altrimenti. Le nostre strade si stavano dividendo. Chad ha suonato con i Chickenfoot, per esempio, io invece ho frequentato un corso di pianoforte, in cui mi sono rimesso in gioco. È stato illuminante, mi è servito anche come esercizio di disciplina e tutto ciò l’ho poi sfruttato quando si è trattato di comporre il nuovo album. Quindi, tornando alla domanda iniziale, cinque anni sono volati ora che ci ripenso, e bisogna anche aggiungere l’ingresso di Josh come nuovo chitarrista e le prove e le registrazioni dell’album». Proprio Klinghoffer parla della scaletta approntata per il tour dal suo punto di vista, quello dell’ultimo arrivato che si trova a doversi confrontare con un repertorio classico e impegnativo come quello dei RHCP. Un compito che farebbe tremare i polsi anche a musicisti ben più esperti di lui. «È bizzarro entrare a far parte di una formazione di cui sei stato fan per moltissimi anni. Io mi ricordo chiaramente quando ho acquistato One Hot Minute e quanto mi piacesse quell’album. Peccato che John non abbia mai voluto avere a che fare con il materiale scritto con Dave Navarro, ma lo capisco. Anche ora quei pezzi non trovano spazio dal vivo, ce ne sono di molto più importanti da regalare al pubblico anche se a me piacerebbe poterne suonare qualcuno. Chissà, magari in futuro faremo un’eccezione alla regola e ne proporremo qualcuno, credo che i fan apprezzerebbero».

MUSICA DIVINA
La copertina di I’m With You è stata affidata a uno dei più grandi artisti contemporanei, l’inglese Damien Hirst, celebre per il suo squalo in formalina, per il teschio interamente rivestito di diamanti e le sue opere dissacranti e provocatorie. «Damien è un caro amico della band e ci è sembrato naturale chiedere a lui di disegnare la nostra copertina. Non gli abbiamo dato nessuna indicazione a riguardo, solo il titolo, ma non credo ce ne fosse bisogno. È uno dei più bravi e famosi artisti al mondo, di certo non ha necessità di un nostro suggerimento. Il significato? Bisognerebbe chiederlo a Damien, a noi piace moltissimo perché è grande arte e, come spesso invece si tende a dimenticare, l’arte serve soprattutto a porsi domande e non ad avere risposte». Se, per caso, voleste anche sapere che tipo di pillola vorrebbero essere Flea e Josh (sulla cover campeggia una mosca che si posa su una capsula), il bassista non ha esitazioni quando sbotta con “acid!” tra l’ilarità generale, mentre il chitarrista glissa con un sorriso imbarazzato sull’argomento. La sua timidezza è palpabile e nemmeno la certezza di essere entrato in un vortice che lo porterà a diventare un musicista famoso riesce a scalfire le sue difese naturali. «Non penso assolutamente che il fatto di essere il chitarrista di una rock band famosa possa cambiare il modo in cui sono e in cui mi comporto. Sono cosciente della fama che hanno i Red Hot, ma non mi faccio spaventare facilmente. Poi magari finirò per distruggere stanze di alberghi, corrompere giovani ragazze, farmi tutti i tipi di droghe e spaccare chitarre sul palco (ride)».

La conferenza torna su binari più normali quando Flea ricomincia a parlare del grande potere taumaturgico della musica. Sesso, droga e rock’n’roll? Dalle sue parole spuntano affermazioni leggermente più pacate: «Sono un fottuto hippy! Credo veramente che la musica arrivi da un luogo divino e il meglio che posso fare è cercare di raggiungere quel posto e lasciare che scorra attraverso di me. La mia vita intera ruota attorno a quel luogo magico anche se non sono religioso». La conferenza è finita e nel marasma generale chiedo a Flea se il piccolo cerchio tatuato sulla sua mano sia un omaggio al famoso “Germs burn”, simbolo dei fan della punk band losangelina. Mi guarda stupito e sorride dicendomi che il prossimo sarà la bandiera dei Black Flag, altro classico logo hardcore. Gli mostro il mio e tutto compiaciuto mi dice di aggiungere una frase tratta da una delle loro canzoni, TV Party. «Io scriverò il testo di Rise Above e me lo farò tatuare da Lars Frederiksen, il chitarrista dei Rancid, appena ritorno a casa a Los Angeles. Se ci vedremo una prossima volta te lo mostrerò!». So long, Flea…


Grazie a ricky94
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Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Dicembre 2011 19:42  

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