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Home News Flea: «con questo libro non volevo raccontare il mio punto di vista sulla band»

Flea: «con questo libro non volevo raccontare il mio punto di vista sulla band»

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Traduzione integrale dell'intervista fatta al bassista dei Red Hot Chili Peppers apparsa su forbes.com, curata in esclusiva per Veniceuqeen.it da Vincenzo Fasulo, Gianmarco Minossi e Francesco Colinucci

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Steve Baltin : Nel libro tu racconti di come ti sia innamorato della musica
Flea : Quando ero bambino mio padre lavorava per il governo Australiano, indossava un completo ogni giorno. Quando avevo 4 anni ci trasferimmo a  New York per quattro anni perchè doveva lavorare al consolato Australiano, poi tornammo in Australia.
Durante quei quattro anni mia madre incontrò questo tizio che suonava jazz, un drogato che viveva nel seminterrato dei genitori. Lei lasciò mio padre, mio padre tornò in Australia, noi andammo a vivere nel seminterrato di questo tizio, letteralmente un piccolo seminterrato, tutti e 4. Vivemmo nel seminterrato per un po’, tutta la vita si era capovolta. Ma questo cambiamento di vita che ci era accaduto durò poco, tipo 6 mesi, poi comprammo una piccola casa in fondo alla strada e Walter prese parte alla prima jam session che avessi mai visto.
E Walter suonava bebop jazz. E’ un genere di musica suonato da Charlie Parker, inventato negli anni 40. E’ violento, rivoluzionario, poeticamente etereo, ma è un tipo di musica che impegna il corpo e la mente in un modo sofisticamente cerebrale. Devi essere tecnicamente bravissimo per suonarlo bene e questi ragazzi lo suonavano molto bene. Si piazzarono nel soggiorno e iniziarono a suonare. Ricordo che stavano suonando veloce e Walter suonava il contrabbasso. Era ingobbito sul basso suonandolo come un fottuto animale. Tutti questi ragazzi - sassofono, tromba, batteria e piano, groove pesante. Era come se la musica mi avesse catturato. Iniziai a urlare e sbraitare e ridere e fissarli. Si era aperta una porta verso qualcosa che non sapevo esistesse ed era la cosa più magica che avessi mai potuto immaginare.
Baltin : Tu dici nel libro che non hai ancora mai visto nessuno suonare con così tanta ferocia
Flea : Mai, e ho visto ogni band punk, hardcore, ogni show dei Butthole Surfers, ogni show dei Blackflag possibile. E ho visto anche un sacco di intensità e violenza e ferocia fuori controllo e performance profondamente spirituali. E’ divertente perchè ho sempre reagito contro di lui perchè poi diventò la mia figura paterna ed era un uomo molto difficile. Era pazzo e violento e un drogato e irrazionale e terrificante. Ma è stato solo recentemente che ho realizzato che quando suono il basso e sono veramente dentro il suono e lo sto raggiungendo sento quella mia parte selvaggia, e ho imparato questo da lui.
Baltin : Hai nominato Butthole Surfers e Blackflag, ma la forza della musica non si calcola solo con velocità e intensità. Guarda quanto fosse punk l’album della Plastic Ono Band per il suo candore e rabbia.
Flea : Sono d’accordo con tutto il cuore. Non ho mai pensato che il volume, la velocità, distorsione, pedali, riff, heavy riff il solo modo di suonare “heavy”. La Plastic Ono Band è un ottimo esempio. E cosa dire di Joni Mitchell nei suoi più profondi bellissimi momenti poetici? “Desidererei trovare un fiume su cui poter fare skate.” Per me, è sempre la purezza del sentimento. E’ l’intenzione, la motivazione, l’integrità che c’è dietro e il solo senso di desiderio. L’umanità, la sofferenza che proviamo e che desideriamo per trascendere il senso di miserabilità dell’animo umano.
Steve Baltin : Nel libro tu racconti di come ti sia innamorato della musica
Flea : Quando ero bambino mio padre lavorava per il governo Australiano, indossava un completo ogni giorno. Quando avevo 4 anni ci trasferimmo a  New York per quattro anni perchè doveva lavorare al consolato Australiano, poi tornammo in Australia.
Durante quei quattro anni mia madre incontrò questo tizio che suonava jazz, un drogato che viveva nel seminterrato dei genitori. Lei lasciò mio padre, mio padre tornò in Australia, noi andammo a vivere nel seminterrato di questo tizio, letteralmente un piccolo seminterrato, tutti e 4. Vivemmo nel seminterrato per un po’, tutta la vita si era capovolta. Ma questo cambiamento di vita che ci era accaduto durò poco, tipo 6 mesi, poi comprammo una piccola casa in fondo alla strada e Walter prese parte alla prima jam session che avessi mai visto.
E Walter suonava bebop jazz. E’ un genere di musica suonato da Charlie Parker, inventato negli anni 40. E’ violento, rivoluzionario, poeticamente etereo, ma è un tipo di musica che impegna il corpo e la mente in un modo sofisticamente cerebrale. Devi essere tecnicamente bravissimo per suonarlo bene e questi ragazzi lo suonavano molto bene. Si piazzarono nel soggiorno e iniziarono a suonare. Ricordo che stavano suonando veloce e Walter suonava il contrabbasso. Era ingobbito sul basso suonandolo come un fottuto animale. Tutti questi ragazzi - sassofono, tromba, batteria e piano, groove pesante. Era come se la musica mi avesse catturato. Iniziai a urlare e sbraitare e ridere e fissarli. Si era aperta una porta verso qualcosa che non sapevo esistesse ed era la cosa più magica che avessi mai potuto immaginare.

Tu dici nel libro che non hai ancora mai visto nessuno suonare con così tanta ferocia
Mai, e ho visto ogni band punk, hardcore, ogni show dei Butthole Surfers, ogni show dei Blackflag possibile. E ho visto anche un sacco di intensità e violenza e ferocia fuori controllo e performance profondamente spirituali. E’ divertente perchè ho sempre reagito contro di lui perchè poi diventò la mia figura paterna ed era un uomo molto difficile. Era pazzo e violento e un drogato e irrazionale e terrificante. Ma è stato solo recentemente che ho realizzato che quando suono il basso e sono veramente dentro il suono e lo sto raggiungendo sento quella mia parte selvaggia, e ho imparato questo da lui.

Hai nominato Butthole Surfers e Blackflag, ma la forza della musica non si calcola solo con velocità e intensità. Guarda quanto fosse punk l’album della Plastic Ono Band per il suo candore e rabbia.
Sono d’accordo con tutto il cuore. Non ho mai pensato che il volume, la velocità, distorsione, pedali, riff, heavy riff il solo modo di suonare “heavy”. La Plastic Ono Band è un ottimo esempio. E cosa dire di Joni Mitchell nei suoi più profondi bellissimi momenti poetici? “Desidererei trovare un fiume su cui poter fare skate.” Per me, è sempre la purezza del sentimento. E’ l’intenzione, la motivazione, l’integrità che c’è dietro e il solo senso di desiderio. L’umanità, la sofferenza che proviamo e che desideriamo per trascendere il senso di miserabilità dell’animo umano.

Hai sviluppato un’intensa collaborazione con Patti Smith. Le hai anche chiesto qualche consiglio su come scrivere il tuo libro?
Naturalmente non mi permetterei mai di scrivere come Patti. Solo Patti può scrivere come Patti, è un’autrice nel vero senso della parola, nonché una miniera di parole. Ma per me, è stata una grande fonte d’incoraggiamento. Sì, all’inizio le ho fatto vedere le primissime pagine di quello che stavo scrivendo. Sinceramente ero un po’ spaventato, visto che non avevo mai scritto un libro prima di allora. Amo la letteratura e sono un accanito lettore di libri da quand’ero ragazzino, significano molto per me. Quando ho mandato a Patti queste pagine, si è dimostrata molto gentile e incoraggiante: mi ha detto “Flea, sei così naturale, hai la tua voce, io credo in te. E’ fantastico, continua a scrivere.” Questo libro è stato completato l’anno scorso e avevo in programma di farlo uscire più o meno in quel periodo, ma per motivi familiari non ci sono riuscito. Pensavo “Oddio, questo è troppo… devo prima risolvere i miei problemi e poi torno a concentrarmi sul libro.” E anche allora Patti mi disse “Flea, sei un artista, fallo uscire ora.” In un momento in cui ero titubante nel pubblicarlo, lei mi è stata davvero di supporto e gliene sono molto grato. E naturalmente sono molto felice che ne abbia scritto la prefazione: ne è venuto fuori un poema.

Hai accennato al fatto che per te è stato abbastanza difficile condividere così tante cose in un libro. Come sei riuscito ad affrontare tutto questo?
Sapevo che in quel momento non contavano affatto le mie abilità di scrittore, ho semplicemente prodotto il meglio che io potessi scrivere. Ero consapevole che sarebbe venuto fuori un buon lavoro solo se sarei stato completamente onesto in ciò che scrivevo. Durante la revisione del libro, ho notato delle storie fantastiche che avevo scritto, divertenti e selvagge, probabilmente le parti migliori, ma in qualche modo ne ero rimasto scioccato e questo non mi piaceva affatto. Tutto deve essere naturale e onesto, riflettere ciò che sono diventato oggi; per esempio, il fatto che da bambino fino a undici anni mi pisciassi addosso nel letto, la mia incapacità con le ragazze o il mio voler comportarmi come un fottuto bastardo giusto per divertimento: tutte cose che mi hanno portato ad essere ciò che sono oggi. Non mi immagino cosa sarebbe potuto uscire fuori se non fossi stato onesto. Ma è molto difficile scrivere di episodi che riguardino i tuoi cari o i tuoi amici più stretti in un modo che per loro possa risultare inoffensivo. E’ divertente, perché in tutto questo mio padre è ancora vivo: mia madre e il mio patrigno se ne sono andati, ma lui c’è ancora, vive in Australia e si è fatto vivo soltanto quando mi sono sposato di recente. Io non sono cresciuto con lui, se n’è andato di casa quando avevo solo sette anni e non l’ho più sentito fino a quando non ho compiuto trent’anni; è stato difficile. Siamo completamente diversi e so che per lui sarà difficile leggere quanto ho scritto. Ieri è tornato in Australia e io l’ho salutato dandogli una copia del libro, dicendogli “papà, io devo essere onesto, devo raccontare la mia storia, spero che non ti offenda.” So per certo che un giorno lo leggerà (ride ndr), anche se un po’ la cosa mi spaventa, perché non voglio urtare i suoi sentimenti. Ma devo essere onesto, altrimenti cosa avrei scritto a fare questo libro?

Vedendo fino a dove arriva il tuo libro, considereresti l’idea di scriverne un seguito?
All’inizio ci ho pensato, visto che ho raccontato di eventi che arrivavano fino al 2000. Poi però ho deciso di fermarmi al 1983, anno in cui fondammo i RHCP, altrimenti avrei raccontato la band esclusivamente attraverso il mio punto di vista, senza focalizzarmi sulle dinamiche di gruppo. Quando ho deciso che mi sarei concentrato solo sulla mia infanzia e adolescenza, ho completamente stravolto le ultime parti, mettendo in ordine tutti i capitoli fino ad arrivare a quello che oggi ne è venuto fuori. C’è molto altro in questo libro, ancora sono nel processo di promozione, sto facendo conferenze dove spiego com’è nato, cosa si prova a pubblicarlo, è una sensazione fottutamente fantastica.  Non lo so, ci devo lavorare e poi decidere cosa fare. Ero certo che prima o poi l’avrei pubblicato e ora che l’ho fatto penso proprio di essere in pace con me stesso.

Ho appena visto Eddie Vedder cantare all’Ohana Fest: è capace di cantare davvero tutto. C’è una canzone che ti piacerebbe cantasse per te e tua moglie?
(Ride) Una delle mie canzoni preferite è “Into my Arms” di Nick Cave, anzi, è la mia preferita. Ma non lo so, ogni cosa che Eddie canta suona così bene. Quello che più mi piace è che viene direttamente dal suo fottuto cuore.

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E’ interessante che sia tuo babbo che Walter non vedessero di buon occhio il Rock. Sono sicuro che questo ha avuto un ruolo importante sul tuo essere musicista.
Oh totalmente. Guardando indietro ai problemi famigliari che avevo da bambino, mi hanno spinto a stringere legami molto stretti con i miei amici al di fuori dalla mia famiglia, ed è per questo che sono finito con il formare una band e tutte le altre cose. Perché questi legami sono nati andando in giro per strada con i miei amici che erano molto profondi e molto connessi tra di loro e, con la mia band, ci ha reso capaci di connetterci  in un modo in cui le cose possono andare ben oltre la somma delle loro parti, ben oltre il mettere insieme dei  musicisti capaci di fare cose diverse e formare un insieme che può ispirare persone diverse.  Penso che sia l’esprimere una solitudine e un dolore che facciano sentire meno sole  tutte le persone che si sentono sole e ferite. Ecco di cosa si tratta in definitiva con qualsiasi tipo di arte.

Adoro la parte del libro in cui descrivi tua nonna , con i pantaloni della tuta, che andava in giro durante il vostro concerto Australiano e tutti che applaudivano
Sì, è stato uno di quei momenti a tutto tondo di una persona che non ho visto molto perché ho lasciato l'Australia quando avevo quattro anni e lei è venuta a trovarci probabilmente tre volte in America. Ma quando ho iniziato a scrivere, ho iniziato ad essere davvero affascinato dalle parti della mia infanzia che non riuscivo a ricordare chiaramente, ma i sentimenti sono così profondi. E potrebbe anche essere solo un odore o un colore o un vestito, una piccola parte di un ricordo e non sei nemmeno sicuro del perché, ma ha questo profondo effetto su di te ed è come un pilastro. E ho iniziato a scoprire queste cose, questi sentimenti della mia infanzia, scrivendo su di loro e nel mio tentativo di capirli. È stato davvero lì che mi sono innamorato dell'idea di scrivere della mia infanzia e di non parlare Chili Peppers, finendo con l'inizio dei Chili Peppers, scrivendo solo dei i miei anni formativi. E mia nonna faceva parte della mia infanzia in cui era solo puro amore.

Ti sei anche sposato
Ti sei già occupato della mia scuola di musica. Così alla raccolta fondi dell’anno scorso, il 29 Settembre, ho incontrato una donna. Io la guardavo e lei mi guardava e non avevo mai provato niente del genere in vita mia. Mi sono sentito come quella volta in cui ho sentito Walter suonare o come quando i Red hot hanno iniziato a suonare. Ho sentito la mia vita girare attorno al suo asse. Ci siamo sposati lo scorso fine settimana. È un punto di svolta così grande nella mia vita e ha aperto una parte di me così connessa a tutto ciò che è bello del mondo e ne sono davvero grato.

Pensi che la scrittura del libro e tutte le cose che hai imparato su di te ti abbiano fatto aprire a tal punto da farti venir voglia di sposarti?
Sì, la scrittura del libro, dall'inizio alla fine non era solo scrivere storie, ero io che cercavo di capire tutto quello che è successo, ero io che cercavo di dare un senso a me stesso. Senza dubbio è stato un processo di trasformazione per me, imparare su me stesso e scrivere su me stesso e la vulnerabilità di condividerlo con il mondo nella speranza che la mia solitudine contribuisca a far sentire gli altri meno soli. Ma penso sicuramente che abbia avuto una ruolo enorme nella mia recente crescita personale e mi ha reso pronto per un amore che sono così grato di poter condividere con mia moglie, il che è divertente dirlo perché abbiamo appena festeggiato la nostra prima settimana da sposati giusto duo giorni fa. Non puoi avere quel tipo di relazione finché non sei pronto perché non è possibile fingere. Volevo avere una relazione impegnata, volevo avere una famiglia, ma c'è sempre qualche ostacolo.
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Ultimo aggiornamento Martedì 10 Dicembre 2019 07:49  

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