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Sono
passati quasi sei anni da quando, una casa automobilistica francese per
pubblicizzare una sua vettura, utilizzò come colonna sonora un pezzo
dall’andamento trascinante, dal groove irresistibile. Nei trenta secondi
scarsi dello spot, la parte cantata del brano ripeteva continuamente le
stesse parole: GHIROPPA…. GHIRONTOPP, GHIROPPA….GHIRONTOPP… per giorni e
giorni quel motivetto non mi si toglieva dalla testa. Eravamo nell’estate
del 2000, all’epoca non si parlava ancora di connessioni ADSL e Google
vari che mi potevano aiutare a capire di chi fosse quel brano…nessuno tra
i miei amici la conosceva. Fatto sta che una sera, trovandomi a casa del
mio caro Ronde, ripassa lo stesso spot “tormentone”. Nella sala con noi si
trovava anche un certo Fello, padre del mitico moderatore di VeniceQueen.it,
che finalmente risolse il problema: “Sapete ragazzi di chi è questo pezzo?
James Brown”. Fu un’illuminazione. Presto acquistai una raccolta a basso
costo di questo uomo di colore, che già dalla foto in copertina trasudava
carisma e passione da ogni poro. Colpo di fulmine. Una dietro l’altra mi
sentivo pezzi come “I Feel Good”, “Try Me” ed infine quel pezzo che dopo
tante notti insonni, aveva anche un titolo adesso: “Sex Machine”. Da lì,
continuai ad acquistare i suoi dischi, sempre raccolte, diverse dal vivo
(più o meno ufficiali) e di recente un doppio best of con tanto di dvd che
racchiude il meglio della produzione di Brown in cinquanta anni di
carriera. Col passare del tempo, l’ascolto della sua musica è diventato
per me una costante, il suo funk così pomposo, pieno di trombe, sax,
strumenti a fiato vari, bassi pulsanti e batterie contagiose mi aveva
“preso”. Fatto di epidermide. La sua musica, si era attaccata alla mia
pelle. Brown, oltre ad essere stato uno dei primissimi artisti di colore
ad aver unito bianchi e neri nel segno della musica, ha portato avanti
negli anni battaglie politiche e sociali non seconde ai vari Bono Vox e
Bob Geldof (forse non erano ancora nati, quando lui parlava alla gente
povera con la sua musica), schierandosi sempre dalla parte del più debole.
Perché ancor prima di collezionare la bellezza di quaranta dischi d’oro,
il “Godfather Of Soul” (come amava farsi chiamare) era così povero, che
non evitò in gioventù il carcere per rapina. Nell’immaginario pubblico,
quando dobbiamo menzionare i grandi artisti americani che hanno fatto la
storia della cultura musicale del paese “delle grandi opportunità”
leggiamo sempre i nomi di Bob Dylan, Neil Young, Tom Waits, Patti
Smith…Brown, per motivi a tratti inspiegabili in queste classifiche è
sempre comparso poche volte o nel migliore dei casi, sempre in secondo
piano rispetto ai nomi appena citati. In realtà, la “sex machine” ha rotto
gli schemi della musica, rivoluzionando molti concetti di approccio
musicale, donando un tocco da classe operaia alla sua performance dal
vivo. Solo quando il suo pubblico era morto dalla stanchezza abbandonava
il palco, solo dopo un bagno di sudore faceva sì che si chiudesse il
sipario. Mai prima. Lui portava allo sfinimento il suo fisico, chi saliva
sul palco con lui e chi assisteva ai suoi concerti. Poi dobbiamo contare
anche l’influenza verso il mondo della musica moderna: nessun esponente
della black music attuale ha mai negato di fare musica grazie ai dischi di
Brown, nessun rapper ha mai negato di trarre ispirazione dalla sua
metrica, anche i nostri Chili Peppers in Freaky Styley, presero in
prestito alcuni strumentisti della sua band per dare un vago aroma di
pure-funk di colore alle loro composizioni. Quando la notte di Natale, per
una polmonite il Godfather Of Soul ci ha lasciato, non posso negare di
essermi sentito un pochetto più vuoto. Signori, qui abbiamo perso davvero
un’artista a 360 gradi. Chi non conosce la sua opera musicale forse non
può capire, James Brown era una vera stella. Ed una stella, solo il giorno
di Natale poteva lasciare questo mondo, per trasferirsi in un posto, dove
adesso potrà ancora predicare il suo funk; magari qualcuno alla fine
dell’esibizione, gli metterà anche il mantello sulla schiena, proprio come
da rituale terreno. Perché quando uno viene eletto leggenda in vita,
quando se ne va, lassù, ha già un posto d’onore. Grazie.
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