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Sotto il ponte
Qualche volta mi sento
Come se non avessi una compagna
Qualche volta mi sento
Come se l'unico amico che ho
Fosse la città in cui vivo
La città degli angeli
Solo come sono
Piangiamo insieme
Guido per le sue strade
Perchè lei è la mia compagna
Cammino per le sue colline
Perchè lei mi conosce
Lei vede le mie buone azioni
E mi bacia con la sua brezza
Non mi preoccupo mai, bè questa è una bugia
RIT: Non voglio più sentirmi
Come mi sono sentito quel giorno
Portami nel luogo che amo
Accompagnami fin là
E' difficile credere
Che non ci sia nessuno là fuori
E' difficile credere che sono tutto solo
Il suo amore almeno ce l'ho
La mia città mi ama
Solo come sono
Insieme
Piangiamo
RIT.
Sotto il ponte in centro
E' là dove mi drogavo
Sotto il ponte in centro
Non ne avevo mai abbastanza
Sotto il ponte in centro
Ho dimenticato il mio amore
Sotto il ponte in centro
Buttavo via la mia vita
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"Quel
giorno, dopo le prove, tornai a casa sulla superstrada 101: il sentimento che
nutrivo nei confronti di John, insieme al senso di solitudine, mi portò a
rievocare i giorni passati con Ione e a provare rimpianto per quell'angelo di
ragazza, disposta a darmi tutto il suo amore mentre io, invece di stringerla fra
le braccia, me ne stavo con fottuti gangster a spararmi speedball sotto un
ponte. Mi rendevo conto di aver buttato via tante cose nella vita, ma sentivo
anche un silenzioso legame con la mia città. Passavo tanto tempo a vagare per le
strade di L.A. e a camminare sulle Hollywood Hills da avvertire un'entità non
umana, forse lo spirito di quelle colline e della città che vegliava su di me.
Ero un solitario nel mio gruppo, ma intorno a me avvertivo la presenza del luogo
in cui vivevo. Cominciai a mettere insieme le parole per una poesia e a cantarle
in una melodia mentre percorrevo la superstrada. Giunto a casa, presi il mio
taccuino e scrissi tutto quanto con la struttura di una canzone, anche se si
trattava più di versi che avevano a che fare con le mie angosce." (tratto dall'autobiografia
di Anthony Kiedis "Scar Tissue", pag. 262)

Pensandoci
bene commentare un testo come quello di Under The Bridge,
una delle
più belle ballate di tutti i tempi, è come scavare in quel passato tanto
doloroso e angosciante che ha spinto il nostro Kiedis a riversare in questi
versi tutta la sua solitudine. Mentre le rime scivolano su una melodia
malinconica e appassionante, Anthony ci descrive l'orrore della
tossicodipendenza vissuto in prima persona. Ma quando tutto sembra essere
perduto, c'è una presenza che riesce a rincuorarlo: è la sua città, la città
degli angeli, che come un angelo custode appunto appare per lui come l'unica
consolazione. Anthony sa che la sua città è la sola entità, anche se
intangibile, che lo ama e che è pronta ad accogliere e a condividere quelle
lacrime amare in cui egli stesso riconosce tutti i suoi errori e ammette di
aver
dimenticato il suo amore verso gli altri.
 
Los Angeles ci è descritta come la
prima testimone della rovina della sua vita: quei ponti, quelle colline,
quelle strade (tante volte luogo di macabri incontri fra spacciatori e
tossicodipendenti) sembrano piangere insieme a lui. Anthony capisce allora,
non solo di aver tradito se stesso e gli altri, ma anche quello spirito
sofferente di una città che non lo ha mai abbandonato, nonostante i suoi
sbagli. Tutto appare secondario e si avverte solo la voglia di
dimenticare tutta questa sofferenza per poi tornare ad amare e ad essere
amato. Il desiderio di Anthony è quello di non essere più schiavo della sua
autodistruzione, ma soprattutto quello di non far soffrire più quella città
che fa parte di lui, del suo passato e del suo presente, nel bene e nel
male.

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